Boccalone. Storia vera piena di bugie è un romanzo semplicemente struggente. Semplicemente perché lo è in modo semplice. Lo è nelle parole che sceglie, nel linguaggio che usa, nel modo diretto e immediato con il quale Enrico Palandri vuole arrivare al lettore. Di veramente semplice non c’è altro in questo libro, che anzi è estremamente complesso. La storia di un amore disperato con la Bologna del ’77 sullo sfondo. Ma soprattutto la storia di un libro, del romanzo stesso, che è un’officina di scrittura per l’autore esordiente e di auto-riflessione letteraria. Palandri ragiona sul libro mentre lo scrive e scrive anche ciò di cui ragiona. Un flusso diretto, che dal pensiero va alla pagina, in un ricordo che confonde passato e presente, che sovrappone l’uno all’altra, ma senza mai perdere la lucidità.

Devo perdere questo soggetto arrogante e prepotente che determina tutte le situazioni in cui si trova; forse va tutto riscritto al presente, come un diario? o devo mollare tutto come dice anna? comunque sia, registriamo anche questo dubbietto. Questo è il procedere del romanzo. Un dubbio continuo, su ogni riga, sul soggetto, sui tempi verbali, sulle cose da dire e non dire. Un dialogo diretto dell’autore apparentemente con il lettore ma in realtà con se stesso. Un tentativo ostinato di seguire il flusso e di combattere tutto ciò che lo possa arrestare anche solo per un attimo, come ad esempio le maiuscole dei nomi o a inizio paragrafo, che fanno perdere solo tempo.

Che cosa realmente sia questo libro è una domanda che si pone l’autore stesso in continuazione. Certamente non un libro divertente, se la stessa anna (con la lettera minuscola), lo ha trovato noiosissimo a pagina cinque e non ha più letto nulla. Anche se da un’altra parte dice che voleva lui lo bruciasse. Perché anna pensa il libro parli di lei, la ragazza disperatamente amata da Enrico, ma non parla di lei, parla di molto altro. […] è un brusio leggero, un racconto che non riguarda nessuno, e allo stesso tempo parla di tutti, […] credo che questo sia un oggetto collettivo. L’autore, che nutre un profondo odio di sé, vuole scomparire come soggetto reale e definito e dare voce al collettivo, alla realtà tutta. Per questo oltre a lui, che prova a sciogliere la sua voce in quella collettiva, gli altri personaggi nominati sono muti. Perché nemmeno loro devono dar voce a identità reali ma soltanto a parti di questa esistenza collettiva.

Il racconto viene detto un brusio leggero un bisbiglio confuso, sempre a sottolinearne la mancanza di confini delineati e certi, la sua aspirazione polifonica e il tono dimesso. E a dare voce a questa realtà che parla è la bocca troppo larga di Enrico Palandri, appunto Boccalone, una bocca troppo larga che perde sempre e non sta mai zitta.

Questa realtà è un compendio di quella che poteva essere la realtà di un ragazzo del ’77: amore, soprattutto tormentato, politica, impegno, disimpegno, viaggi, università, i pochi soldi. Pensieri, angosce e vuoti. Una continua sensazione che su questa realtà stia piombando un nulla assoluto, che tutto stia per essere distrutto e che possa essere salvato solo tramite il racconto. Racconto che però non può essere una voce vera e autoritaria ma soltanto brusio leggero. 


 

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