Il Salvator Mundi acquistato da bin Salman è autentico?

Quante volte, nel corso della storia dell’arte, si è attribuita a un artista un’opera che in realtà con la sua mano aveva poco a che fare. E addirittura, in alcuni casi, nulla. Quest’ultimo è il caso delle copie originariamente oneste, ossia proposte come tali, ma poi confuse con l’originale, e del lavoro dei falsari. Nel loro caso, per scherzo – tutti ci ricordiamo la storia dei falsi Modigliani – o per lucro, dipingono e mettono in circolo falsi clamorosi. Pensiamo all’olandese Han van Meegeren che, negli anni 30 del ‘900, si specializzò nel creare opere-copia di Johannes Vermeer e Pieter de Hochs, riuscendo a ingannare anche gli specialisti.

Lampante quando vendette a Hermann Göring e ai suoi esperti un falso Cristo e l’adultera di Vermeer. Tanto che al maresciallo del Terzo Reich toccò cedere 137 dei suoi dipinti per poterselo permettere! Dunque, non è sempre facile stabilire l’autore dell’opera. E se questo avviene perfino con pittori del ‘600, figuriamoci andando a ritroso nel tempo. Recentemente, infatti, a essere messa in dubbio è stata l’autenticità di un’opera attribuita a Leonardo Da Vinci, il Salvator Mundi. Il guaio è che è stata acquistata per centinaia di milioni di dollari, a un’asta, da uno sceicco, che ora non può che essere in forte imbarazzo.

La frettolosa asta del 2017

Ricostruiamo un po’ la storia di questa vicenda che ad alcuni apparirà comica, ad altri probabilmente tragica. Nel 2005, il dipinto venne acquistato dal commerciante Robert Simon a New York per appena $1000. L’uomo, non sapendone molto, ma percependo un certo potenziale, portò l’opera da una sua amica restauratrice. Quest’ultima, lavorandoci, si convinse di avere tra le mani un Da Vinci perduto. Da lì l’interessamento concitato di musei ed esperti di mezzo mondo.

Poco tempo dopo, Simon portò l’opera a Londra dove venne sottoposta a cinque esperti che furono propensi, anche esaminando la mano destra del Cristo, a valutare una partecipazione del maestro, ma non una sua paternità. Sono però emersi anche accaniti sostenitori dell’originalità. Tra questi il controverso Martin Kemp, anche se il dibattito è ben più ampio.

Così, quando il Salvator Mundi arrivò all’asta organizzata da Christie’s del 2017, era già passato di mano in mano infinite volte. Venne dunque acquistato dal Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi per la stratosferica cifra di 450,3 milioni di dollari, ma dietro vi è il principe saudita  Mohammad bin Salman Al Sa’ud.

Obbiettivo fallito: esporre al Louvre

Sono svariati i motivi che potrebbero aver spinto lo sceicco a concludere avventatamente e per un prezzo così alto. Tra questi, dicono alcuni, il voler umiliare i concorrenti sceicchi collezionisti  del Quatar. Di sicuro, poi, c’era l’intenzione di bin Salman di esporre “il suo Da Vinci” al Louvre. Per motivi d’immagine e prestigio, certo, ma anche per ottenere da uno dei musei più famosi al mondo un vero e proprio riconoscimento di autenticità inequivocabile. Ma è qui che è emerso il recente inghippo.

Salvator Mundi, Leonardo da Vinci e Bottega, 1499-1510 circa

Già, perché nonostante le trattative, la diplomazia e le pressioni cominciate nel 2019, il Louvre non ha riconosciuto l’autenticità dell’opera. O per lo meno, non quella totale. Così si era pensato di porre sotto la tela una targa che specificasse che il quadro fosse stato realizzato in parte da Leonardo, ma soprattutto dalla sua bottega. Ma a queste condizioni, Bin Salman ha rifiutato con sdegno il prestito in occasione delle celebrazioni per i 500 anni dalla morte del genio di Anchiano. È chiaro che in seguito a questo contrasto, le correnti che svalutano il Salvator Mundi, del quale tra l’altro poi si sono perse le tracce, hanno ripreso forza.

Salvator Mundi autentico? Gli studi di Annalisa Di Maria

Negli ultimi tempi, tra i vari studi portati all’attenzione del pubblico sull’argomento, ce n’è anche uno italiano. L’autrice è l’esperta e studiosa d’arte Annalisa Di Maria, che lavora presso il Centro Unesco di Firenze. In un documento di ottanta pagine, proposto nel 2020 dall’International Committee Leonardo da Vinci, Di Maria racconta di aver scoperto un disegno originale del maestro, che dimostrerebbe la non autenticità del Salvator Mundi di Bin Salman.

L’autrice ha messo a confronto il disegno a sanguigna, mostratole da due collezionisti di Lecco, al termine di una conferenza sull’attribuzione delle Pale di San Leo a Botticelli, e il più noto autoritratto di Leonardo, del 1515 circa. Entrambi propongono la posa a tre quarti, famosa per essere la prediletta del pittore. Il Salvator Mundi venduto nel 2017, invece, mostra Gesù in posizione frontale, con lo sguardo rivolto direttamente allo spettatore.

Il genio dipingeva i personaggi con enorme dinamicità e spesso di tre quarti, non avrebbe mai potuto ritrarre un personaggio così frontale e privo di movimento.

Secondo Di Maria, la sanguigna sarebbe il disegno preparatorio per un Salvator Mundi troppo diverso da quello milionario.

Dall’altare alla polvere, ma anche viceversa

Se la storia del Salvator Mundi ci mostra, per ora, la vicenda di un quadro dubbio, precipitato dall’essere di Leonardo alla condizione di essere al più lavoro leonardesco e nemmeno di gran valore, ci sono state, nella complessa dinamica delle attribuzioni, anche storie dallo sviluppo opposto.

Come quando nel 1933, presso Villa Garzoni, nei pressi di Padova, venne alla luce un paesaggio. Vitale Bloch lo identificò come di Giorgione. Ma Giulio Lorenzetti, all’epoca direttore del Museo Correr di Venezia, e poi la commissione di esperti chiamata a valutarlo per decidere se si dovesse autorizzare l’esportazione, sostennero che non fosse un Giorgione. E così l’opera finì all’estero.

Il Tramonto, Giorgione, 1505-1508 circa

Anni dopo, uno dei membri della commissione disse che la delicata decisione era stata presa dopo un confronto diretto, da parte degli esperti, della tela con la Tempesta di Giorgione. Dal confronto era emerso che il paesaggio “appariva opaco e senza prospettiva cromatica, quale opera d’imitazione o di copia”.

Ma poi Bloch si affidò a Roberto Longhi, che lo attribuì invece a Giorgione, oltre a battezzarlo col nome con cui oggi lo conosciamo: Il Tramonto. E nel tempo tale giudizio sulla paternità, che pone comunque l’opera in una posizione di grande rilievo nella storia dell’arte, si è consolidato. Infatti l’opera ora è esposta alla National Gallery di Londra come di Giorgione. E a completare la stranezza di tutto quanto, emerge anche il dato per cui, in sede di restauro, addirittura sono state aggiunte delle figure. Sarà dunque autentico il Salvator Mundi acquistato da bin Salman? Solo il tempo ce lo potrà dire.


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