Il mondo della cultura piomba di nuovo nelle tenebre. L’industria dell’intrattenimento, ancora una volta, è messa con le spalle al muro, non si può muovere. Non è un’esagerazione pensare che la maggior parte delle piccole realtà teatrali e cinematografiche abbia chiuso i battenti una volta per sempre. La situazione corrente odora di vecchio ricordo, un ulteriore dolore per una popolazione già in ginocchio, arida ma affamata dalla voglia di rialzarsi. Le ali della cultura sono state tagliate poco prima di spiccare il volo dopo un lungo periodo di degenza.
L’impennata dei contagi ha costretto a nuove misure restrittive per il contenimento. E il primo settore a essere colpito è, ancora una volta, quello dello spettacolo. Così i teatri, i primi edifici ad aver chiuso e gli ultimi a riaprire durante la prima ondata della pandemia, sono nuovamente costretti ad abbassare i sipari.

La chiusura dei teatri è stata fortemente criticata da artisti e lavoratori appartenenti alla filiera dello spettacolo. Da Roberto Bolle, per passare per Aldo Giovanni e Giacomo, fino a Riccardo Muti, numerose sono le petizioni lanciate. I social network traboccano di polemiche di fan e piccoli attori che, seppur non coinvolti nel mestiere, praticano con amore e devozione. Proprio il direttore d’orchestra afferma in modo provocatorio:

Chiudere le sale da concerto e i teatri è decisione grave. L’impoverimento della mente e dello spirito è pericoloso e nuoce anche alla salute del corpo.

Si sa, l’uomo è un essere sociale, la sua mente e la sua anima pesano almeno tanto quanto il corpo. La decisione di chiudere prima di tutto cinema e teatri si riconduce dunque alla scelta di vietare la possibilità di rigenerare lo spirito, attività a cui l’essere umano è da sempre naturalmente predisposto. In un momento in cui la pandemia ha condotto il paese verso la depressione più nera, la riapertura di piccoli e grandi centri culturali ha costituito nei mesi estivi un segnale di speranza e una boccata di ossigeno per tanti amatori, frequentatori e artisti. Chi vede il teatro e il cinema come un mezzo per dar sfogo alla creatività e alla vitalità o come semplice luogo di intrattenimento, si trova ora disperso, privo di punti di riferimento.

Numerose sono così le petizioni che hanno invaso il mondo del web nelle settimane seguenti alla chiusura dei teatri. In particolare assai rilevante appare Vissi D’arte, lanciata da Cultura Italiae, un’associazione nazionale indipendente. La petizione, che ha raggiunto più di 100.000 firme, è preceduta da una lettera volta a sottolineare le difficoltà già precedentemente riscontrate nel settore artistico e la sicurezza dei luoghi in cui viene portato in scena lo spettacolo dal vivo. La dichiarazione rende evidente le difficoltà di un settore in crisi, pronto a mettersi in moto per adattarsi alle misure di sicurezza richieste dalla condizione. Un settore dunque malleabile, ma estremamente resiliente. Nella lettera traspaiono i sacrifici e i grandi investimenti realizzati nei mesi successivi alla prima riapertura. Così la chiusura dei teatri non è soltanto la rottura di un sogno, ma la distruzione di un settore industriale che ha duramente operato per una ripresa efficace.

Abbiamo riconquistato faticosamente il nostro pubblico, spesso titubante e confuso da una comunicazione altalenante e ansiogena, a riacquistare i biglietti, rassicurandolo sulla certezza degli spettacoli e sulla scrupolosa adozione di tutte le misure di sicurezza.

La chiusura di teatri e cinema è inoltre un segnale sbagliato. Sembra infatti ignorare l’imprenditorialità del settore dello spettacolo. Esso infatti non è soltanto divertimento ed emozione, ma è una filiera produttiva, composta da migliaia di lavoratori che operano quotidianamente come manovali. Il rischio è allora dimenticare questa faccia della medaglia. La scelta di chiudere i battenti appare inutile, o perlomeno giustamente criticabile. E sono gli stessi dati a dimostrarlo. Associazione generale Italiana dello spettacolo ha svolto un sondaggio su un campione di 347.262 spettatori di spettacoli di teatro, danza, lirica, nei mesi da giugno a ottobre 2020. I dati hanno dimostrato le quasi perfette condizioni di sicurezza registrate nei teatri, con la presenza di 1 solo contagio. Ciò rileva la non fondatezza del presupposto che sta alla base del nuovo Dpcm. Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti, dichiara:

Se servisse ad abbassare la curva dei contagi, allora sarebbe un provvedimento sacrosanto. […]Ma il dpcm non va in questa direzione e sento che la nostra chiusura non sarà d’aiuto alla questione sanitaria.

CREDITS

copertina