Di cosa parliamo quando parliamo

«Cosa hai detto?»

«Mh?»

«Niente.»

«Ah, mi sembrava che avessi detto qualcosa.»

«No, io non ho detto nulla.»

Continuarono a mangiare in silenzio, mentre il telegiornale continuava a trasmettere le ultime notizie di sottofondo. Il rumore della cappa accesa sopra alla piastra per aspirare il fumo della griglia emetteva un ronzio monotono e stanco, dal giardino provenivano le voci dei vicini che stavano pranzando. Forse il rumore, il vero rumore che sentivano non era quello esterno, non era il rumore della televisione, della cappa, dei vicini, ma era il rumore dei loro pensieri che andavano in due direzioni opposte.

Li guardò. Tenevano lo sguardo fisso nel piatto, spostavano il cibo ognuno secondo una propria logica, con la punta della forchetta, sovrappensiero. Nessuno aveva detto niente, eppure sua madre aveva creduto che suo padre avesse detto qualcosa; era quello che avrebbe voluto che facesse? Che lui le rivolgesse la parola e iniziasse una conversazione? O era un pretesto per iniziarla lei, una conversazione? In ogni caso, nessuno aveva più parlato.

Morsicò un pezzo di pane, strappò la mollica, e guardò la televisione; il presentatore continuava a parlare da solo, a rivolgersi a un pubblico immaginario, parlava a qualcuno dall’altra parte dello schermo che si presupponeva stesse ascoltando. Era soltanto un lungo monologo freddo, intramezzato da altri monologhi, più brevi, dei colleghi inviati da qualche parte nel mondo. Non c’era uno scambio, era solo una cascata di informazioni e di notizie. Era noioso parlare a milioni di persone e a nessuno allo stesso tempo? Era frustrante? O era il raggiungimento della massima pace interiore, il non dare importanza a quello che avrebbero detto o pensato gli altri?

Quella sera, verso le sette e mezza, sua madre l’aveva chiamata dalla cucina.

«È pronto!»

«Arrivo!» aveva urlato lei in risposta per farsi sentire attraverso il corridoio.

«È pronto!»

«Arrivo!»

Aveva urlato più forte, per la seconda volta; le sue parole non erano arrivate a destinazione, evidentemente. Il messaggio non era stato trasmesso, l’informazione era venuta meno.

Era sempre stato così. Le era sempre sembrato che nel suo tentativo di comunicare, qualcosa andasse storto, e alla fine, semplicemente, quello che voleva dire andasse perso nel nulla.

Uno parla, l’altro annuisce, ma nella sua testa sta già pensando a cosa dire dopo. Sua madre diceva qualcosa a suo padre, lui concordava: aveva sentito, ma non aveva veramente capito.

Un giorno, seduta sulla poltrona della psicoterapeuta, aveva smesso improvvisamente di parlare. Entrambe erano rimaste in silenzio per qualche minuto. Un silenzio eterno. Prima di uscire dallo studio le aveva detto che non sarebbe più andata, che avrebbe smesso. Quando la terapeuta l’aveva guardata con aria interrogativa, lei aveva semplicemente scosso le spalle.

«Lei mi ascolta, è vero. Ma è il suo lavoro.»

Era lei la prima, molto spesso, a non ascoltare le persone; le voci nella sua testa erano molto più invadenti. A volte si impegnava, ascoltava in silenzio, con interesse e partecipazione, e nel momento in cui si accorgeva che erano solo parole vuote, smetteva di ascoltare. Si era chiesta spesso, quindi, se il problema fosse nella comunicazione, oppure a monte, ovvero nelle cose da dire, nelle parole stesse. Forse non avevano senso, molto semplicemente.

Una sera aveva fatto una partita a Scarabeo con alcuni amici. Il suo fidanzato aveva appoggiato sul tabellone di cartone le lettere, una dietro l’altra, componendo una parola inesistente in italiano, e quindi inaccettabile secondo le regole del gioco. Eppure era una parola, oppure no? Era rimasta pensierosa, poi era arrivato il suo turno.

«Vuoi dell’insalata?»

«Mh?»

«Vuoi dell’insalata?»

«No, grazie.»

«Eh?»

«No grazie, sono a posto così.»

Fuori c’era ancora luce, le giornate si erano allungate, era quasi piacevole.

Appoggiò la forchetta sul piatto e guardò oltre le tende delle finestre, mentre il presentatore annunciava che l’edizione della sera era finita, e che erano le otto e trenta minuti e venti secondi, e mentre lo diceva erano già le otto e trenta minuti e ventisei secondi.


CREDITS

Copertina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Sbuffo cerca redattori!

Unisciti a noi come associato e comincia il tuo percorso di formazione giornalistica: quattro articoli al mese in una realtà giovane e propositiva, dove sarai affiancato da correttori di bozze e da tanti collaboratori volenterosi di crescere e migliorarsi!

Inviaci il tuo articolo di prova inedito a

info@losbuffo.it

e se vuoi... Aiutaci a spargere la voce!
Grazie