RIVOLUZIONE AMERICANA: GUERRA D’ INDIPENDENZA O RIVOLUZIONE SOCIALE?

Di Letizia Bonvini

4 luglio 1776: le 13 colonie americane votano, in seno al congresso, la dichiarazione d’ indipendenza proposta da T. Jefferson, proclamando, dopo anni di battaglie a colpi di atti parlamentari punitivi da un lato, e di rivolte locali dall’altro, il loro definitivo distacco dal dominio delle madrepatria.

Tuttavia, intrecciato alla celebre vicenda, scorre un filone di eventi e trasformazioni, che, messi in risalto, fanno apparire questo conflitto come una lotta tra gruppi sociali, animati e orientati da interessi differenti.

Già i fatti precedenti all’indipendenza sono una spia del fatto che, ad animare il sentimento di rivolta, fosse la lesione degli interessi di gruppi sociali particolari.

Lo storico A. M. Schlesinger, fu uno dei prima a mettere in luce il ruolo della categoria dei commercianti. Quando nel 1770 il governo britannico emanò il provvedimento che affidava alla Compagnia delle Indie Orientali il monopolio del commercio nelle colonie, provvedendo così alla vendita senza passare per la mediazione dei commercianti locali, teoricamente avvantaggiò la popolazione, che avrebbe così potuto acquistare a prezzi ribassati per via del risparmio sulla mediazione.  Gli unici interessi lesi risultavano quelli della classe mercantile, che non tardò a riprendere le rivolte e le sommosse momentaneamente quitate.

Anche J. F. Jameson e I. Mark hanno insistito sul valore di rivolta sociale, estendendo la teoria a tutti i gruppi sociali. Mark spiega come la ristretta aristocrazia locale, che aveva in mano il governo prima della rivoluzione, desiderosa di staccarsi dal dominio inglese, tentò in un primo momento di incanalargli contro il malcontento delle classi popolari, ma, quando si rende conto che la furia rivoluzionaria è ben più temibile di quella dei dominatori, abbandona l’ostilità verso la madrepatria. Nasce qui la frattura interna alla società che trasforma la lotta per l’indipendenza in rivoluzione sociale.

Dichiarazione di indipendenza americana
Dichiarazione di indipendenza americana

A questo proposito bisogna ricordare la critica di F. B. Tolles, che mette in evidenza l’ importanza di superare le apparenze, ricordando che intercorrono enormi differenze tra società degli stati del Nord e del Sud, nonché una miriade di particolarità che ci impediscono di poter classificare a priori l’ aristocrazia come “lealista/legittimista” e il popolo come “indipendentista”.

La questione della definizione dell’ avvenimento ( guerra d’ indipendenza o rivoluzione sociale) è ampiamente trattata dallo studioso J. Hardy che, proponendo alcuni caratteri della rivoluzione assimilabili alla vicenda francese, spiega perché dovremmo effettivamente considerarla una rivoluzione. In primo luogo va ricordato che esiste una guerra civile.  L’ unica divisione che si può vedere è quella tra lealisti e indipendentisti, uomini che scelgono da che parte stare e che si troveranno magari alla fine del conflitto in una posizione sociale ribaltata rispetto a quella precedente a seconda del fatto che abbiano preso la parte vincente o perdente. Gli indipendentisti, vincitori, porteranno avanti una forte repressione verso i battuti rivali,  mettendoli ai margini, espropriandoli, ex-potenti ridotti in miseria, ex-nullatenenti ai vertici. In secondo luogo Hardy insiste sull’ avversione alla nobiltà, intesa come parte separata e privilegiata della società. Un esempio è la mobilitazione per bloccare la nascita della Società dei Cincinnati ( un’ associazione di padri della rivoluzione che intendeva assumete il ruolo di custode dei valori rivoluzionari, della loro commemorazione e del loro ricordo), perché questi intendevano rendere ereditaria la trasmissione del titolo di appartenenza, cosa del tutto inconciliabile con gli ideali di una rivoluzione democratica. Terzo, ma non meno importante punto ricordato è quello dell’ elaborazione di una Costituzione come atto che sugella l’opera, consacrando e riconoscendo un nuovo stato di cose.

Surrender_of_General_Burgoyne

Bisogna ricordare che esiste un punto di vista conservatore che, per sottolineare la continuità con la tradizione storico-culturale britannica, sceglie di definirla una guerra d’ indipendenza a dispetto dell’ evidente rottura e dalla nascita di una dimensione nuova, che la rendono a tutti gli effetti una rivoluzione sociale, a tal punto da renderla un modello per la rivoluzione francese. Questa fazione conservatrice, dominante a livello culturale ha fatto si che l’immagine dei padri fondatori che hanno combattuto per l’ indipendenza risultasse l’unica da considerare, ma la non superficiale analisi degli avvenimenti non potrà che mettere in evidenza la rivoluzionaria verità dei fatti.

Fonti: “Le rivoluzioni (1770-1799) ” di godechot

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