Negli ultimi anni, in Turchia si è sentito molto parlare di scioperi della fame. Ormai è diventata una pratica comune messa in atto da molti giornalisti e attivisti che si sono visti rinchiudere in carcere ingiustamente. La libertà d’espressione è infatti molto limitata in Turchia e la censura attuata dal governo è la peggior nemica del popolo.

Giornalisti e attivisti vengono incarcerati per aver espresso dissenso nei confronti del presidente Erdogan o semplicemente per aver riportato informazioni che secondo il governo turco sarebbero dovute rimanere nell’ombra. Lo sciopero della fame in carcere diventa così una forma di protesta, spesso causa di gravi conseguenze per le persone che lo compiono.

La Turchia è uno degli Stati con il più alto numero di giornalisti incarcerati al mondo. Inoltre dal 2016 ad oggi, almeno centottanta media che si occupano di informazione hanno dovuto chiudere, più di 2500 giornalisti e accademici hanno invece perso il lavoro. Molti altri sono finiti in carcere spesso con l‘accusa di terrorismo dopo aver condiviso informazioni sui social media.

La pericolosità dell’informazione ai tempi del Covid-19:

Da quando è scoppiata la pandemia da Covid-19, il governo turco ha stretto ancora di più il controllo sull’informazione, soprattutto sui social media. Le autorità turche hanno rimosso decine di notizie e, solo nell’ultimo mese, hanno bloccato più di diciotto siti web di giornalismo.

Milena Buyum di Amnesty International ha infatti dichiarato:

I giornalisti che si occupano del Covid-19 o che pubblicano in merito sui social media temono di aggiungersi alle schiere di lavoratori dei media indipendenti turchi che attualmente languono dietro le sbarre, detenuti per mesi senza processo, o costretti ad affrontare un’azione penale sulla base di vaghe leggi antiterrorismo e di altre leggi che limitano il diritto alla libertà d’espressione.

I giornalisti sono quindi incarcerati per aver semplicemente cercato di informare i cittadini turchi. Le accuse sono spesso infondate e senza nessuna logica: ci sono post con informazioni sul coronavirus che sono considerati “provocatori” e accusati di essere collegati al FETO, l’Organizzazione terroristica di Fetullah.

Secondo il sito giornalistico turco Bianet, nelle ultime settimane la polizia turca ha arrestato ben sessantaquattro persone per aver postato sui principali social media informazioni sul coronavirus.

Come in altri Paesi, anche il parlamento turco ha avanzato una legge per il rilascio in libertà vigilata di 100.000 detenuti su circa 300.000, a causa del sovraffollamento delle carceri e quindi per evitare una maggiore esposizione al virus. Quello che però sconcerta è che tra i detenuti rilasciati non siano stati inclusi i moltissimi giornalisti, avvocati e attivisti detenuti. Le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa stanno provando, invano, a comunicare con il governo turco per trovare una soluzione.

Gli scioperi della fame come forma di protesta:

Come precedentemente detto, le persone detenute ingiustamente nelle carceri turche hanno iniziato una nuova forma di protesta molto pericolosa: lo sciopero della fame.

Uno degli ultimi casi è stato quello di Hekin Bolek, cantante del gruppo musicale Grup Yorum, incarcerata nel 2019 insieme a Ibrahim Gokcek con l’accusa di aver fatto parte del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo, un’associazione di sinistra dichiarata illegale e considerata terroristica. Hekin Bolek si è ribellata, ha iniziato un lungo sciopero della fame e ha rifiutato di alimentarsi per duecento ottantotto giorni fino alla sua morte, il 3 aprile 2020. Le autorità turche non l’hanno ascoltata e Hekin Bolek è purtroppo deceduta durante la sua protesta.

Lo stesso è purtroppo successo poi con Ebru Timtik, un’avvocatessa di quarantadueanni. Ebru Timtik si occupava di difendere e proteggere i diritti umani quando ha ricevuto l’infamante accusa di essere parte del Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo. Ha iniziato lo sciopero della fame a febbraio 2020 per ottenere un processo equo e giusto, cosa che non le è mai stata concessa. È morta dopo duecento trentotto giorni di sciopero della fame, il 27 agosto 2020, quando il suo peso era arrivato a toccare i trenta kg.

La lista di persone in sciopero della fame in carcere è ancora molto lunga. Grazie però alle mobilitazioni di associazioni per i diritti umani si è arrivati a un’unica, grande vittoria: la scarcerazione di Aytac Unsal.

Una grande vittoria:

Aytac Unsal è un avvocato accusato di terrorismo, condannato a dieci anni e in sciopero della fame da duecento tredici giorni. È stato scarcerato per motivi di salute dalla Corte di Cassazione il 3 settembre scorso. La decisione è stata presa dopo che Robert Spano, il presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha fatto visita al presidente  turco Erdogan.

L’eurodeputato Giuliano Pisapia ha commentato così il fatto:

La scarcerazione dell’avvocato Aytac Unsal è  una vittoria della mobilitazione della società civile che non si è arresa, che ha combattuto per lui e per quanti soffrono sotto il regime di Erdogan. E’ la vittoria degli avvocati, dei magistrati, dei docenti universitari che in Turchia e in Europa hanno manifestato per chiedere la sua  liberazione. La mobilitazione per la tutela dei diritti umani e dei diritti civili in Turchia non deve cessare malgrado l’assordante silenzio anche di diversi Paesi europei.

È certamente un grande traguardo, ma sono ancora molti gli attivisti, i giornalisti e gli avvocati incarcerati ingiustamente e che vedono come unica soluzione possibile lo sciopero della fame. Una forma di protesta pacifica, silenziosa, tanto potente quanto pericolosa, che può portare alla morte e che finora non ha però condotto a molti risultati. È una vera e propria tragedia che deve essere fermata al più presto, prima che ci siano altre vittime.