…fuoco dei miei lombi.

-V.Nabokov, Lolita

Vorrei fumarmi una sigaretta, ma non posso. Ho rubato il pacchetto di Cecilia, ma ho dimenticato di rubare anche i fiammiferi. Lei ha anche un accendino nascosto nella tasca interna della divisa. Le guardie quando la vedono trafficare con la testa del fiammifero sul cartone ruvido o con la rotellina dell’accendino non le dicono nulla, fanno finta di niente. Se beccassero me, invece, finirei direttamente a pulire i cessi.

Io, al fuoco, non mi ci posso avvicinare. Mai più.

-Puttana.

-Ti odio.

-Mi fai schifo.

-Sei una stronza.

-Ammazzati.

-Vergognati.

Lui mi aveva guardata negli occhi. Io avevo sentito l’acido risalirmi nello stomaco. Eravamo rimasti immobili e rigidi, talmente rigidi da non sentire più il dolore, in piedi uno di fronte all’altro, alla distanza di sicurezza degli animali selvatici, né troppo vicini, né troppo lontani.

-Brutta troia.

Sapevo che non ci saremmo più fermati. Eravamo in caduta libera. Nessuna rete di sicurezza su cui cadere, nessuna cinghia a trattenerci.

-Fallito di merda.

Eppure l’avevo amato. Eppure mi aveva amata.

Non giocare col fuoco. Ce lo dicevamo per scherzo. Ma quando, esattamente, aveva smesso di essere uno scherzo?

Rigiro la sigaretta tra le dita. È bianca, un piccolo cilindro perfetto, morbido e fragile. Mi piaceva guardare il fuoco annerire e consumare la carta piena di catrame, la luce tonda della brace che si accendeva a ogni tiro nel buio della notte.

Mi piaceva guardarlo mentre si accendeva una sigaretta, il filtro tra le labbra, una mano a riparare la fiammella dagli spifferi d’aria, il primo tiro e la prima boccata soffiata sopra la mia testa.

Non giocare con fuoco. Era solo un modo di dire, no?

Ora vorrei davvero fumarmi questa cazzo di sigaretta.

-Pensi questo di me? Davvero?

-Ti giuro che se non mi spieghi faccio un casino.

-Ammazzati.

-Mi ammazzo.

-Se non lo fai tu ti ammazzo io.

Ricordavo ancora il calore dei palmi delle sue mani sulle mie guance quando mi prendeva il viso tra le mani per baciarmi.

Faceva talmente freddo che sembrava di bruciare. Avevo la pelle talmente ghiacciata che scottava.

Lui restava in silenzio ma sapevo che avrebbe voluto urlarmi contro. Il suo odio per me gli cresceva dentro, minuto dopo minuto, ma restava dentro, compresso, schiacciato, cattivo. Sempre più cattivo.

L’avevo preso per le spalle e l’avevo scosso. Lui si era ritratto bruscamente. Io mi ero allontanata.

Avevo capito di aver perso totalmente il controllo della situazione. Lo sapevo. Eppure non ero riuscita a fermarmi in tempo. Nessuno dei due ci era riuscito.

Cecilia, la mia compagna di cella, mi ha detto che qualcuno le ha detto che gli è stato detto da qualcuno che nemmeno lui se la passa tanto bene.

Butto la sigaretta contro il muro davanti a me. Mi siedo per terra e provo ad immaginarmelo. Se chiudo gli occhi mi sembra quasi di riuscire a vederlo.

Amore, amore mio, cosa ci siamo fatti?

Conosco ogni singolo tratto del suo viso, ogni solco sulla fronte, ogni piega della pelle sottile intorno agli occhi e alla bocca. E lui conosce ogni singolo tratto del mio.

Chissà quanto ti mancano le tue sigarette girate con le cartine di canapa.

In una scatola tenevo tutti i suoi vecchi accendini scarichi. Tutti neri, tutti uguali, alcuni più piccoli, altri più grandi.

Immagino che quella scatola sia finita come il resto delle cose che c’erano in casa mia: bruciata.

-Ti ho tradito.

-Ho sempre avuto un’altra.

Le nostre frasi si erano sovrapposte l’una sull’altra, urlate in faccia con tutto il fiato che avevamo in corpo.

-Mi fai schifo!

-Ti odio!

Me n’ero andata mentre lui se ne stava andando. Non avrei saputo dire chi se ne fosse andato per primo.

Ero entrata nel primo negozio peruviano che avevo trovato sulla strada. Avevo comprato una bottiglia di alcool denaturato. E un accendino.

Probabilmente, qualche ora dopo di me, anche lui era entrato nello stesso negozio peruviano, e aveva comprato una bottiglia di alcool denaturato. E un accendino.

Amore mio, guarda dove siamo finiti. Tu in un carcere, io in un altro. Mi hanno detto che il tuo processo è stato blando, ma che non sono stati clementi con la sentenza.

Vorrei rifare l’amore con te. Mi ricordo come se fosse ieri il nostro modo di sbranarci, di stringerci, di contorcerci, di morsicarci.

Dovevamo davvero arrivare a questo punto? Mi manchi, ti amo, ti odio. Guarda cosa mi hai spinta a fare. Io non volevo, davvero non volevo. E so che nemmeno tu volevi.

Mi lascio scivolare con la schiena contro il pavimento di cemento freddo e lascio che il tempo continui a non passare.

Una sera, mentre io non c’ero, lui era riuscito a farsi aprire dalla custode, aveva scassinato la porta di casa mia, aveva cosparso di alcool il pavimento del salotto, aveva fatto scattare l’accendino, si era avvicinato alla pozza di liquido e aveva lasciato cadere la fiamma a terra allontanandosi in fretta.

Ti do fuoco alla casa, mi aveva scritto per messaggio poche ore prima.

Quando la vicina mi aveva telefonato per dirmi che i pompieri avevano sfondato la porta e stavano cercando di spegnere il fuoco con gli estintori non avevo fatto una piega.

Quelle cinque parole sullo schermo luminoso del mio telefono erano state la sua condanna.

Mi sento strappata dentro. Penso a lui e sento una fitta al cuore. Mi manca.

Mi metto a ridere talmente forte che la ragazza nell’altra cella mi chiede cosa c’è di bello da ridere oggi.

Niente, le rispondo ridendo tra le lacrime.

Eravamo arrivati così vicini alla perfezione. Davvero, c’eravamo quasi. Eravamo quasi perfetti. Mancava tanto così.

Chiudo gli occhi e piango in silenzio.

Avevo camminato per tutto il giorno con uno zaino nero in spalla. Avevo aspettato che il sole tramontasse e che la gente tornasse a casa dal lavoro.

Quando il traffico si era sciolto, la strada era rimasta vuota e il semaforo aveva iniziato a lampeggiare mi ero avvicinata alla sua macchina parcheggiata sotto casa. L’avevo cosparsa di alcool, l’avevo lasciato colare dal tetto al parabrezza, al cofano, dal baule alle gomme. Poi avevo fatto scattare l’accendino.

La custode del condominio mi aveva vista e riconosciuta. Vecchia infame.

In tribunale mi aveva guardata con un mezzo sorriso sulle labbra.

Così impari a giocare col fuoco.

 

Così non posso nemmeno fumarmi una sigaretta. Tutte le guardie sanno che non devo assolutamente avvicinarmi a un accendino, o a un fiammifero.

L’incendiaria, è così che mi chiamano.

E a te, amore mio? A te come ti chiamano?

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