In questo periodo di grande incertezza causata dal coronavirus, un fatto ormai abbastanza concreto è che ci saranno importanti ripercussioni anche sull’industria di film e serie tv. Potrebbe sembrare una preoccupazione secondaria, in un momento di simile emergenza sanitaria. In realtà, però, la crisi dovuta alla pandemia sta già provocando gravi danni e cambiamenti radicali nell’industria dell’intrattenimento audiovisivo, e la cosa riguarda milioni di persone.

Il sistema di produzione, distribuzione e fruizione di contenuti audiovisivi – come film e serie tv – è molto ramificato: si compone di tante piccole professioni, coinvolge milioni di lavoratori e ha un peso economico molto rilevante. Nel 2018, ad esempio, la sola produzione della serie tv This Is Us ha contribuito all’economia della California per 61,5 milioni di dollari. E nell’ultimo anno solo l’industria cinematografica e televisiva statunitense ha coinvolto 2,5 milioni di lavoratori diretti e indiretti (come quelli che beneficiano dell’arrivo di una produzione in una determinata location).

Le conseguenze del coronavirus sul settore dell’audiovisivo si prospettano altrettanto ramificate. I primi effetti si sono già visti a inizio marzo, con le prime limitazioni e precauzioni introdotte per contenere il contagio. La distribuzione di film e alcune serie tv è stata sospesa o cancellata; e pure le nuove produzioni sono state quasi subito fermate o rinviate. Più passa il tempo, poi, maggiore sta diventando l’impatto sulle altre componenti legate all’intrattenimento: festival e tour promozionali, pubblicità, ma anche il semplice turismo locale incentivato da molte produzioni famose. Le conseguenze – finanziarie e non – sono concatenate, insomma. Dagli studios arrivano a toccare i dipendenti delle sale cinematografiche, e secondo «Vox» questo effetto potrebbe durare per molti mesi o addirittura anni.

Game of Thrones set

Quale sarà il futuro delle serie tv?

Il discorso sugli effetti del coronavirus sul settore delle serie tv vale un po’ per tutto il mercato dell’intrattenimento. I nuovi contenuti sono una specie di carburante: produrli significa ricavare risorse economiche da reinvestire nella produzione di altri contenuti. Fermandone la produzione si compromettono quindi anche i progetti futuri; soprattutto se si è già investito nella loro creazione, distribuzione e promozione, ma non si sa quando se ne otterranno i ricavi.

La televisione sta attraversando forse la crisi più impegnativa dal 2007, quando lo sciopero degli sceneggiatori statunitensi ebbe pesanti ricadute su molte produzioni. Si tratta però di una questione non soltanto economica, ma anche di tempo. Il mercato delle serie tv – al momento piuttosto fertile – segue ritmi elevati e ben scanditi da una fitta programmazione. Ciò significa, ha spiegato «Hollywood Reporter», che quando le produzioni adesso sospese saranno pronte sarà difficile trovare spazio per tutte. Inoltre gli impegni di molti registi, attori e altre risorse artistiche sono fissati con mesi, a volte anni, di anticipo; e non è detto che in autunno, per dire, siano liberi per riprendere le produzioni che avrebbero dovuto girare in questo periodo.

Il vantaggio dell’industria televisiva è che, in linea di massima, le serie tv al momento bloccate non dovranno cercare nuovi modi per ricollocarsi (al contrario del cinema, dove si stanno facendo accordi con alcune piattaforme per rilasciare i film in streaming). Ma è abbastanza inevitabile che questo periodo di sospensione porterà un po’ di scombussolamento; e che a rimetterci saranno le produzioni più piccole, che verranno scartate o cancellate, soprattutto se mai andate in onda.

Riverdale set
By Jeff Hitchcock

Che ne sarà delle serie tv che stavo guardando?

La gestione delle serie tv sospese per il coronavirus cambia caso per caso. Tuttavia, ascoltando fonti interne all’industria seriale statunitense, «Hollywood Reporter» ha delineato due diversi scenari.

Il primo scenario riguarda perlopiù le serie tv trasmesse su base settimanale dalla tv tradizionale. Gli show potrebbero fermarsi fin dove sono arrivati, e se rinnovati aggiungere gli episodi mancanti alle nuove stagioni previste per il prossimo anno. Non ci sarebbero i soliti finali di stagione, quindi. Cosa non molto piacevole per gli spettatori, che dovrebbero aspettare un bel po’ prima di conoscere il prosieguo delle trame interrotte bruscamente.

Il secondo scenario invece riguarda soprattutto le serie tv trasmesse dai canali via cavo e dai servizi streaming. I loro tempi di produzione sono più blandi e la programmazione più elastica. Questo consente di rinviare la messa in onda con meno affanni, anche perché spesso tutti o buona parte degli episodi sono pronti con sufficiente anticipo. Il rinvio di Fargo ad esempio non dovrebbe essere troppo problematico, poiché 8 dei 10 episodi inizialmente programmati ad aprile sono già pronti. L’aspetto critico, piuttosto comune alle produzioni ambiziose, è che lo slittamento non consentirà alla serie di rientrare nelle tempistiche per concorrere ai prossimi Emmy Awards.

Il coronavirus comunque non ha fermato del tutto l’industria delle serie tv: i settori di post-produzione o di animazione si sono riorganizzati per proseguire da casa. Anche molte writers room – cioè le “stanze” dove le squadre di autori scrivono le serie tv – sono diventate virtuali, senza mai smettere di lavorare. Inoltre a breve è previsto uno sciopero degli sceneggiatori, e per evitarne le ricadute sulle produzioni si è cercato di portarsi avanti con la stesura dei copioni. Per ironia della sorte, queste scorte potrebbero rivelarsi un vantaggio: le produzioni passerebbero subito alle riprese, accelerando i tempi di ripartenza.

Quanto resisteranno i servizi streaming?

È una cosa difficile da prevedere, ma sarà curioso seguire il modo in cui ogni piattaforma cercherà di coprire questo momento di “buio” produttivo. I dati di Nielsen mostrano che per i servizi streaming è un periodo vantaggioso: con la tv tradizionale ferma, il loro traffico ha avuto un incremento del 109% rispetto al marzo dell’anno scorso. Peraltro i servizi più piccoli o appena usciti – tipo Quibi – devono impiegare molte meno risorse per richiamare l’attenzione degli utenti.

Sul lungo termine potrebbe sorgere però un doppio paradosso. In un momento propizio per loro, i servizi streaming rischiano di perdere un numero consistente di utenti che, in difficoltà economica a causa del coronavirus, potrebbero scegliere di risparmiare sugli abbonamenti tv. Inoltre ci si chiede per quanto tempo queste piattaforme riusciranno a farsi bastare i contenuti che hanno in catalogo.

Tra tutte, le più avvantaggiate sono Netflix e Disney+, che possono pescare dai loro enormi archivi. Bisogna vedere tuttavia come Netflix deciderà di gestire la grande quantità di film, serie tv e altri contenuti originali o inediti che finora ha acquisito e accumulato, e che costituisce il suo punto di forza. Per ora Ted Sarandos, il capo dei contenuti di Netflix, ha dichiarato che il calendario delle uscite è coperto almeno fino al 2021. Netflix gestisce infatti le proprie produzioni con largo anticipo, e al momento ne avrebbe circa 200 in fase di completamento da remoto, come la quarta stagione di The Crown.

Gli altri servizi dovranno invece cercare di equilibrare le gestione dei propri cataloghi, “spalmando” le poche nuove uscite nel tempo e rinnovando l’interesse per i titoli più vecchi  – come Friends, The Office, I Soprano, The Big Bang Theory – sui cui diritti hanno fatto grandi investimenti.

Si sa qualcosa sui singoli titoli?

Non molto: le serie tv coinvolte dalla crisi causata dal coronavirus sono centinaia. È quindi difficile tenere traccia di tutte, specie in uno scenario così incerto e in continuo cambiamento. Su molti siti si trovano comunque aggiornamenti frequenti: «IndieWire» ne raccoglie ogni giorno di nuovi su tutto il mondo dell’intrattenimento; Wikipedia ha una pagina apposita dove, paese per paese, viene riportata la situazione dei singoli programmi e serie tv intaccati dal coronavirus.

Per quel che riguarda le piattaforme streaming, le produzioni più rilevanti sospese o rinviate comprendono: Russian Doll, The Witcher e Stranger Things di Netflix; The Morning Show e Little America di Apple TV+; The Handmaid’s Tale di Hulu. Amazon ha sospeso invece la serie molto attesa e molto costosa del Signore degli Anelli.

I canali tv generalisti o via cavo hanno sospeso o rimandato, tra le altre, le produzioni di Grey’s Anatomy, NCIS, Bull, The Young Sheldon, Atlanta. Il network The CW ha appena riorganizzato il suo palinsesto, in modo da trasmettere gli episodi già girati di alcune sue serie, come Riverdale. I creatori di Empire hanno scelto di chiudere in anticipo la stagione finale della serie, annunciando di voler girare in futuro una conclusione degna. HBO infine ha sospeso le produzioni di Euphoria e Succession; inoltre ha rimandato le riprese della puntata speciale di Friends, che a maggio avrebbe dovuto accompagnare il lancio della piattaforma streaming HBO Max.

E in Italia?

Alcune serie tv americane – come Modern Family, Black-ish, Killing Eve – sono riuscite a terminare in tempo le riprese programmate per questa stagione, perciò andranno in onda regolarmente. Questo non significa però che arriveranno sulla tv italiana con la stessa puntualità, perché le sessioni di doppiaggio sono al momento sospese. Anche qui, comunque, ogni caso è diverso dall’altro. Ad esempio, Premium Crime ha rinviato la terza stagione di The Sinner, mentre il revival di Veronica Mars sta andando in onda per metà sottotitolato. Sky invece sta trasmettendo Westworld e Homeland in contemporanea con gli Stati Uniti, sebbene non doppiate.

Per le produzioni italiane il discorso è lo stesso fatto fin qui. Alcune serie tv piuttosto attese hanno sospeso le riprese: tra queste Anna, creata per Sky da Niccolò Ammaniti; Leonardo, una co-produzione internazionale Rai; e anche la terza stagione di Suburra, prodotta da Netflix. Numerose sono poi le fiction e le soap opera ferme: Un posto al sole, Rocco Schiavone, L’ispettore Coliandro, L’allieva, l’adattamento tv di Tutta colpa di Freud e Doc – Nelle tue mani (andata in onda per metà, con l’intenzione di trasmettere gli episodi mancanti in autunno).

Come cambieranno le serie tv?

È ancora presto per capirlo, ma è inevitabile che lo stravolgimento causato dal coronavirus cambierà la struttura di molte serie tv.

In un primo momento gli addetti ai lavori avevano stimato il riavvio delle produzioni verso maggio, ma adesso è quasi certo che i set non riapriranno prima di luglio o agosto, o addirittura settembre, come ha riportato «Deadline». Se così fosse, la nuova stagione televisiva non potrebbe ripartire in autunno come al solito, venendo posticipata a gennaio. Nel frattempo, un’opzione possibile sarebbe far scalare la programmazione, coprendo il buco autunnale con le serie tv già inserite nel calendario estivo.

Più il blocco si protrae, comunque, maggiore è la probabilità che la stagione tv 2020-21 si componga di poche serie e più corte. Nel mentre, si stanno vagliando alcune modalità che consentirebbero di riavviare le produzioni il prima possibile, con le dovute precauzioni e possibilità economiche. Ad esempio, le riprese potrebbero essere organizzate in turni, con piccoli gruppi di professionisti alla volta; mentre agli sceneggiatori è già stato chiesto di scrivere scene con poche comparse.

Ci si aspetta, infine, che la pandemia da coronavirus provochi un cambiamento dei contenuti stessi, generando nuove storie e nuovi formati. Non ci si stupirebbe di assistere a episodi speciali che raccontano questo periodo storico; e diversi progetti stanno raccogliendo idee per creare serie tv casalinghe. Anzi, una sarà già rilasciata nelle prossime settimane da HBO Europe: si intitola En Casa e si compone di cinque brevi storie sull’isolamento girate da altrettanti registi spagnoli. Secondo alcuni addetti ai lavori intervistati da «Slate», però, la nuova serialità si concentrerà su storie familiari, in cui trovare spensieratezza ed evasione della realtà. Di racconti post-apocalittici, insomma, se ne vedranno pochi.