Bridgerton

Vedere “Bridgerton” è un sollievo

Se c’è una qualità che anche i detrattori riconoscono a Shonda Rhimes – produttrice di serie telenoveliche e altamente invischianti – è la capacità di creare mondi narrativi solidissimi, benché poco credibili. Di riflesso, al loro interno non c’è assurdità che non sembri fin da subito coinvolgente. Lo fece con Grey’s Anatomy quasi vent’anni fa, e lo ha rifatto di recente con Bridgerton, la sua prima e attesa serie tv prodotta per Netflix.

Bridgerton – che è uscita il giorno di Natale ed è tratta dai romanzi romantici di Julia Quinn – si apre come qualsiasi altro dramma britannico in costume ambientato nell’Ottocento. Una panoramica lieve sulle strade ancora ghiaiose di Londra, il rumore delle carrozze trainate dai cavalli, e figure eleganti che passeggiano avvolte in abiti dai colori tenui, dispensando cenni di capo a chiunque ne incroci il percorso.

Più ci si avvicina a loro, però, più Bridgerton si allontana dalle convenzioni del genere. In barba al realismo, si vedono distinti signori dalla pelle nera accompagnarsi a dame dal biancore diafano.

Nel mondo aristocratico di Bridgerton ognuno può essere e diventare quello che vuole, infatti. Non importa la razza, e ancora meno il fatto che finora pochissime storie come la sua abbiano osato collocare personaggi neri in posti che non fossero qualche stalla o un retrocucina. Per intenderci, in Bridgerton la stessa regina è nera e i balli sono frequentati da gente di tutti i colori.

Bridgerton

Tuttavia la vera rarità è che questi personaggi non incarnano traumi né tematiche razziali: nel racconto esistono prima di tutto in quanto persone. Bridgerton non parla di inclusività, la mostra come la più naturale delle abitudini. E quest’assenza di pedanteria – abbinata a una dose abbondante di pettegolezzi e scompensi sentimentali – è la ragione per cui vedere Bridgerton è un sollievo, specie alla fine di un anno terribile come quello che si è appena concluso.

Dalle parti di Bridgerton, insomma, il colore delle carnagioni è accessorio tanto quanto quello di gonne e tappeti. Perciò i suoi personaggi sono assortiti con una cura che prima di tutto appaga la vista cromatica, a partire dai suoi due protagonisti.

La prima stagione (è abbastanza sicuro che ne seguano altre), racconta la storia un po’ tanto sospirata tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings (Regé-Jean Page). Ossia, due eroi romantici che sembrano usciti da un romanzo di Jane Austen, non fosse per l’intreccio interrazziale prodotto dal loro incontro.

Lei, figlia più grande di una famiglia rispettabile e bianchissima, è elegante e arguta. Lui, unico erede di un duca nero non proprio godibile, è assai brusco ma sufficientemente affascinante. Insieme decidono di inscenare un corteggiamento con un doppio obiettivo: trovare un marito a lei, facendo ingelosire i pretendenti scoraggiati dal fratello iperprotettivo; tranquillizzare la zia acquisita di lui, che vorrebbe vederlo ammogliato. Ad ogni modo, l’imprevedibilità non è tra le doti di Bridgerton, e nel giro di un’ora l’attrazione si mette di mezzo.

Per tutti e otto gli episodi, la serie segue le indecisioni e le sciagure sentimentali tra Daphne e il duca. Nemmeno una volta però la causa dei loro tormenti riguarda la diversità razziale. Neanche quando a prenderli di mira è la misteriosa Lady Whistledown, una dama di cui si conosce solo la voce (quella di Julie Andrews) e che puntuale spiffera vizi e segreti dell’alta società in una specie di foglio dello scandalo.

Bridgerton

Questa elasticità permette a Bridgerton – e al suo creatore Chris Van Dusen, da tempo collaboratore di Rhimes – di ampliare moltissimo i possibili intrecci romantici della serie. Non più confinati in base al colore della pelle, come realismo vorrebbe, i suoi personaggi sono piuttosto liberi di imbattersi gli uni negli altri. Il che implica prendersi, lasciarsi e riprendersi con l’instancabilità di una telenovela.

Del resto, l’altra grande particolarità di Bridgerton è una certa vivacità sessuale che le storie del suo genere hanno quasi sempre omesso. E anche qui, ogni qual volta ci si addentra in tematiche delicate, la serie non interviene mai in maniera calcata: sta a chi guarda proiettare le proprie interpretazioni. (Questa scelta è stata abbastanza criticata, soprattutto per quanto riguarda una scena di stupro piuttosto centrale nella storia.)

L’unico versante su cui Bridgerton non esita a farsi più esplicita e ridondante è lo stesso che caratterizza un po’ tutte le serie di Rhimes: quello femminista. Gli episodi si soffermano parecchio sulla disparità tra le libertà concesse agli uomini e quelle negate alle donne. Ma il modo in cui i personaggi femminili lo puntualizzano e reagiscono non è quasi mai vittimistico. Piuttosto, è una presa di coscienza da cui traggono maggiore consapevolezza ed emancipazione.

Non è la prima volta che una serie tv prova a immaginarsi un passato diverso, utopico e più inclusivo. Giusto la scorsa primavera Ryan Murphy – uno degli sceneggiatori più prolifici della tv americana – l’ha fatto con Hollywood, la sua prima serie prodotta per Netflix. L’intenzione di Murphy era riscrivere la storia dell’età d’oro del cinema, dando a personaggi notoriamente discriminati la possibilità di riscattarsi. Quello che Murphy non ha capito, però, è che in un mondo davvero inclusivo i personaggi non hanno bisogno di etichettarsi e autocommiserarsi per il colore della propria pelle.

Bridgerton invece l’ha capito benissimo. I suoi personaggi li tratta con attenzione, ma con una leggerezza che da tempo non si vedeva in tv. Al di là di ogni slancio da soap opera, si è rivelata – per ora – un piacere da vedere.

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