A guardare la nuova stagione di Westworld, la sensazione è che non sembra di guardare Westworld. Il thriller di fantascienza di HBO, ambientato in un parco a tema western popolato di “figuranti” androidi ai quali gli ospiti possono fare quello che vogliono, è piuttosto cambiato. Ma porre qualche dilemma d’identità non è poi così strano, per una serie tv che ha costruito le sue prime due stagioni sulla confusionaria indistinguibilità tra gli umani e le loro repliche.

Due anni sono passati dalla chiusura della seconda stagione, incentrata per intero sulla sanguinosa insurrezione di un gruppo di figuranti contro gli umani, loro creatori e aguzzini. Nel finale i pochi sopravvissuti riuscivano a fuggire, qualcuno verso una specie di paradiso virtuale e qualcun altro verso il mondo reale. E ora quasi non sembra che i nuovi episodi – in onda su Sky Atlantic HD, in contemporanea con gli Stati Uniti – siano ripartiti proprio da lì.

Nella sceneggiatura di Jonathan Nolan e Lisa Joy, Westworld – il parco, s’intende – non c’è più. O meglio, c’è ancora. Ma non è più il luogo divertimenti per ricchi annoiati desiderosi di vivere un’avventura western o sfogare le proprie pulsioni represse su figuranti programmati per non ribellarsi. Dopo la rivolta e la mattanza, Westworld è stato temporaneamente chiuso, e così l’azione si sposta perlopiù nel mondo reale.

Westworld

La prima cosa che salta all’occhio è il cambiamento estetico della serie. Al posto dei saloon legnosi e delle valli brulle ci sono metropoli sufficientemente utopiche – o distopiche, a seconda del livello di entusiasmo con cui si guarda alla modernità – da ricordare il futuro immaginato da Blade Runner. A differenza del film di Ridley Scott, però, la nuova Westworld non si discosta molto dal nostro presente. L’unica stranezza sono forse i robot che si aggirano indisturbati per le strade illuminate al neon; per il resto ci sono macchine che si guidano da sole, assistenti vocali tuttofare e palmari molto intelligenti. Perché il punto non è l’ambientazione futuristica – pur costruita con un’attenta ricerca di location in tutto il mondo. Il punto è il rapporto dell’uomo con la tecnologia, che rispetto alle stagioni precedenti si inverte completamente.

Nella nuova Westworld – secondo cambiamento – adesso sono le macchine a controllare gli uomini, non più viceversa. E il principio per cui la tecnologia è bella e utile, ma se usata male può portare all’alienazione e alla distruzione del genere umano, è il motivo per cui i nuovi episodi ricordano tanto Black Mirror.

Chi ci mette più impegno di tutti è sempre la figurante Dolores (Evan Rachel Wood), che da candida ragazza del West si è trasformata in una Terminator che giustizia nemici su tacco 12 – solo un’androide potrebbe farlo senza schiantarsi sull’asfalto, del resto. La sua rivolta ha subito però un leggero cambio di prospettiva: non solo rendere liberi i suoi simili, bensì anche eliminare o almeno soggiogare la razza umana. Il che, naturalmente, ne aumenta il grado di spietatezza. Oltre a lei, tra i personaggi principali si rivedono Bernard (Jeffrey Wright), cioè la replica androide di uno dei creatori dei figuranti, e Maeve (Thandie Newton), dotata di una sensibilità superiore e altrettanto mossa da un indomabile desiderio di libertà.

Westworld

La più importante novità del racconto è però un umano, Caleb, un ex veterano di guerra interpretato da un Aaron Paul – sempre troppo sottovalutato fin dai tempi di Breaking Bad – che sa dare grande solidità ai suoi tormenti. Caleb sopravvive accettando via app piccoli lavori criminali e dialogando virtualmente con un amico morto in missione davanti ai suoi occhi. (Se la cosa non suona nuova è perché ci aveva già pensato Black Mirror). E benché non sia un androide, ha accumulato sufficiente rabbia per unirsi alla lotta di Dolores.

Il suo percorso si snoda in una Los Angeles grigia ed è quello – terzo cambiamento – che restituisce a Westworld l’unica cosa che le mancava: linearità. Caleb è estraneo al mondo fin qui raccontato dalla serie, proprio come lo sono i suoi spettatori. Perciò attraverso il suo sguardo si impara a conoscere elementi complessi che altrimenti sembrerebbero soltanto assurdità. Personaggi come il suo sono essenziali per le narrazioni ambientate in contesti inediti, eppure le due stagioni precedenti ne avevano fatto a meno.

La si apprezzi o meno, è infatti opinione abbastanza condivisa che Westworld sia stata fin dal principio alquanto complicata da seguire. Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno creato un racconto fitto di linee temporali intricate, passaggi contorti, svolte metafisiche; ma al contempo hanno volutamente fornito strumenti e indizi davvero minimi per poterli decifrare. Cosicché nel corso delle prime due stagioni l’aura intrigante del “niente è come sembra” si è spesso sciolta in frustrazione per molti spettatori.

La terza stagione di Westworld ha messo ordine alle vecchie tessere del suo puzzle e inserito quelle nuove secondo una logica più accessibile. Ogni episodio segue un numero contenuto di personaggi, come contenuto è ora il sovrapporsi di cambi temporali. La nuova Westworld sembra più uno di quei thriller d’azione che con ritmo sensuale si prendono il tempo per svelare i propri misteri. È un po’ più alla portata di tutti, adesso; non si sa se anche per reazione a un calo di ascolti troppo vistoso per una serie nata come potenziale erede del Trono di Spade.

Quel che invece è rimasto intatto è l’impiego eccellente delle enormi risorse di questa produzione. Se Westworld è riuscita ad andare oltre il rischio di incomprensione, lo deve soprattutto alla qualità dell’interpretazione corale (al cast si sono aggiunti, tra gli altri, anche Vincent Cassel e Lena Waithe), all’incredibile vastità dei paesaggi e a una precisione di immagine che ha elevato la fantascienza televisiva al livello di quella cinematografica. Non fosse per loro adesso quasi non la si riconoscerebbe, da quanto è cambiata. E va benissimo così.