Il Coronavirus infine è arrivato in Italia, e tanto in fretta da non dare modo di metabolizzare. Fino a giovedì 20 febbraio, il virus in Italia sembrava confinato ai due cinesi ricoverati allo Spallanzani e al giovane ricercatore italiano, tutti in via di guarigione. I controlli sembravano serrati, la situazione costantemente monitorata. Poi la prima notizia del trentottenne di Codogno ricoverato venerdì: da allora la lista dei contagiati è cresciuta di minuto in minuto. Prima che si riuscisse ad avere un’idea dell’entità del fenomeno, il Nord Italia si è trasformato in un focolaio dell’epidemia: più di 140 ammalati, una zona rossa nel lodigiano in cui 50.000 persone sono in isolamento, scuole e università chiuse in sei regioni.

Le misure prese dai governatori delle regioni su indicazione del governo sono state tempestive e drastiche, per tentar di arginare quanto più possibile la diffusione del contagio. Più difficile da arginare sarà invece l’allarmismo generale che si è scatenato, alimentato dal terrore per un virus del quale poco si sa. Sia su come si trasmetta, sia su quanto sia letale e su come curarlo. Spesso si sente anche dire – è una speranza cui aggrapparsi, in quanto proviene da esperti – che non è il caso di cedere alla psicosi poiché il tasso di mortalità del virus sarebbe inferiore a quello della stessa influenza: ma le certezze cadono in fretta, quando si vede l’entità delle misure precauzionali prese e gli scenari da città fantasma che si stanno moltiplicando. L’epidemia di CoVid-19 è davvero più seria delle altre cui l’uomo ha assistito in passato?

SARS, MERS

SARS, MERS e il nuovo ceppo appartengono alla famiglia dei Coronavirus (CoV), chiamati così per le punte a forma di corona loro superficie. Si tratta di virus respiratori che possono causare un ampio spettro di malattie, dal raffreddore a sindromi respiratorie gravi. La MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome) hanno entrambe scatenato epidemie, ma un confronto puramente quantitativo sui tassi di mortalità non è utile: la SARS ha ucciso circa il 10% dei suoi ammalati, il cui numero è stato attorno agli 8000. Il nuovo Coronavirus cinese sembra meno letale: uccide infatti il 2% dei casi, ma i contagi, dopo appena due mesi di circolazione, sono 78.766.

La SARS per fortuna si è estinta in pochi mesi, tra il 2002 e il 2003, il che ha fatto ben sperare per le sorti del nuovo ceppo: ma non vale lo stesso per la MERS, che è endemica dal 2012 in Medio Oriente.

Influenza suina H1N1

Il virus dell’influenza suina partì dal Messico nel 2009 e in breve tempo si espanse negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Le vittime dell’influenza, secondo il Cidrap (Center for Infectious Disease Research and Policy), furono circa 284.000, soprattutto nelle fasce under 65. Perché questo terribile antecedente viene così poco spesso menzionato nel misurare l’entità del coronavirus? La risposta non è da cercarsi in una più o meno grave letalità del virus ma, probabilmente, in una divergenza di narrazioni. Al riguardo il China Daily ha pubblicato uno scottante articolo in cui denuncia un trattamento diverso nei confronti di Stati Uniti e Cina durante le due epidemie, tanto sul fattore diplomatico quanto su quello mediatico. Secondo l’autore dell’articolo le malattie con focolaio in regioni cinesi sarebbero vittima di una demonizzazione nell’opinione generale (“se non mangiassero serpenti e pipistrelli…!”), ma non solo: l’epidemia di influenza suina non ha suscitato alcun attacco xenofobo ai danni di cittadini americani, mentre molti cinesi sono stati bersaglio di violenze fisiche o psicologiche negli ultimi mesi.

Quanto dobbiamo temere il Coronavirus

Se non si vuole degenerare in psicosi poco efficaci per la salute collettiva occorre osservare i dati che per ora si hanno, anche se le cose che sappiamo sul virus sono poche e incerte: nella maggior parte dei casi la malattia causa disturbi lievi, simili all’influenza, e le persone guarite ad oggi sono 23.133. Il virus si trasmette con sorprendente facilità, ma le misure di quarantena imposte nel giro di un giorno dalla scoperta del focolaio italiano fanno sperare di soffocare sul nascere l’epidemia nel nostro Paese. Un rischio collaterale dell’epidemia, meno arginabile con misure tempestive, è quello sociale e diplomatico: in un mondo pervaso da individualismi su vasta scala, terrorizzato da migranti e stranieri che bussano alle porte, un’epidemia proveniente da una nazione orientale non farà che incrementare le distanze ideologiche con l’Occidente. Se poi si pensa alle tensione fra Stati Uniti e Cina sul finire dello scorso anno, l’articolo pubblicato dal China Daily ha un sapore ancora più amaro: è sintomo di una frattura tra i due mondi che forse il Coronavirus sta contribuendo a rendere insanabile.