Where is the Jim Crow section

On this merry-go-round,

Mister, cause I want to ride?

Down South where I come from

White and colored

Can’t sit side by side.

Down South on the train

There’s a Jim Crow car.

On the bus we’re put in the back

But there ain’t no back

To a merry-go-round!

Where’s the horse

For a kid that’s black?

 

La filastrocca sopracitata, scritta da Langston Hughes, richiama criticamente una lunga serie di canzonette piuttosto elementari e altrettanto (purtroppo) orecchiabili, dette coon songs, che dagli anni Trenta del Novecento avevano iniziato a diffondersi negli Stati Uniti per mezzo dei minstrel shows, ossia spettacoli che univano danze, sketch comici e musiche tipicamente stereotipate in cui attori bianchi si dipingevano i volti di nero per parodiare i loro “concittadini” (se di tanto onore si può dire che godessero effettivamente) afroamericani. Queste esagerazioni caricaturali finirono per creare dei veri e propri cliché che influenzarono il modo di vedere questo popolo per oltre un secolo. Il tipico coon, infatti, era  rappresentato come una figura buona, innocua ma al contempo pigra, ignorante e legata a tradizioni scaramantiche ormai superate, che nella società bianca borghese ottocentesca potevano considerarsi alla stregua di un culto pagano incivile. In poche parole, l’afroamericano era visto come un uomo docile che però necessitava, data la sua natura sprovveduta e poco ambiziosa, di una guida che lo comandasse per raggiungere “la retta via”… e quale migliore guida di quella irreprensibile e perbenista di una società morale come quella americana di metà Ottocento? Questo fu il tanto atteso, quanto fantasioso e infondato, pretesto che gli imperialisti aspettavano da tempo per legittimare e di conseguenza giustificare il loro comportamento verso il popolo africano.

Nonostante la forte visione razzista, il genere musicale dei minstrel shows diede il via alla nascita dell’industria musicale statunitense e spinse, anche se nel verso sbagliato, molti bianchi a interessarsi delle presunte tradizioni afroamericane, seppur visibilmente permeate di un’ideologia bianca condiscendente che le trasfigurava al solo scopo di potersi permettere sguardi di superiorità compiacente. La stereotipica canzone Jump Jim Crow, ispirò il nome delle omonime “leggi Jim Crow” emanate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della seconda metà del Novecento, che avevano come obiettivo quello di dare credibilità al mantenimento della segregazione razziale nell’ambito delle strutture e dei servizi pubblici.

Una costante degli spettacoli che spopolarono alla fine del diciannovesimo secolo era la pratica teatrale del Blackface, ovvero l’abitudine da parte degli attori bianchi di dipingersi i visi di colore scuro al fine di interpretare gli afroamericani durante l’esibizione rendendola più credibile, in quanto non era pensabile che fossero gli stessi afroamericani a interpretare il ruolo di se stessi sul palco. Innumerevoli sono le rappresentazioni di Blackface in questo secolo e se ne hanno esempi anche fuori dall’ambito teatrale, come ad esempio nel film The birth of a nation di David Wark Griffith, che nel 1915 registrò incassi record in tutti i botteghini statunitensi. In questa pellicola, in breve, si affronta la storia raccontata nel romanzo di Thomas Dixon The Clansman: An historical Romance of the Ku Klux Klan che tratta di due famiglie, una nordista (gli Stoneman) e una sudista (i Cameron), accomunate da diverse vicende sullo sfondo della guerra di secessione americana. La scena che fece storia nelle tecniche della settima arte è proprio quella in cui un soldato afroamericano, Gus, spia la giovane Flora Cameron intenta a osservare uno scoiattolo nel bosco. L’attore, rigorosamente bianco ma con il volto dipinto, osserva ossessivamente la ragazza, facendo presagire agli spettatori i suoi intenti riprovevoli: motivo per cui la scena venne poi rivista con l’aggiunta di una didascalia (il film era muto) in cui Gus si presenta come “Capitano” e chiede la mano della ragazza, con la speranza che questa modifica avrebbe guarito gli animi feriti dei numerosi attivisti che combattevano in quegli anni per la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani.

Benjamin Miller ricorda in un suo articolo:

The deformed corporeality enacted by white performers in an attempt to alienate blackness from the source of its original black expression did more than separate blackness from black concerns, it transformed blackness into an object used to present white, working-class concerns, particularly concerns to do with white working class freedom from labor exploitation. This twist in the performance of blackness is mirrored in minstrel studies that ignore the role of black people in provoking and responding to blackface performance

In questo senso, si può quindi interpretare l’intera messinscena dei coon e del fenomeno del Blackface come una sorta di alienazione dei bianchi rispetto alla blackness vera e propria, utile alla classe borghese per sedare le ansie e le preoccupazioni che agitavano la società di fronte ai cambiamenti della cultura americana e rendere il “nero” un po’ più “bianco”. Non molto più tardi, nacque infatti il black dandyism, in risposta a diverse trasformazioni sociali, come la fine della tratta internazionale di schiavi, la fine dello schiavismo in diversi stati e persino la conquista da parte di alcuni afroamericani di un “modest amounts of wealth” in seguito al raggiungimento di una maggiore libertà economica che permise loro di esibire “fancy dress to announce their arrival as a new American demographic”.

Oggi, come ci si aspetta, i casi di razzismo sono calati rispetto agli anni Trenta dell’Ottocento, ma sono pur sempre molto frequenti: dagli stadi di calcio ai campi da gioco per bambini, a ripresentarsi sono le solite contestazioni aggressive di base puramente razziale. Si ricordino gli insulti al calciatore Mario Balotelli, o il bambino che durante una partita tra Aurora Desio Calcio e Sovicese è stato ripreso con parole razziste da un genitore della squadra avversaria. A destare scalpore non è solo la sfera calcistica: infatti, un noto programma italiano è stato al centro di numerose critiche (anche straniere) di razzismo, in quanto continua indisturbato a mandare in onda esibizioni canore in cui cantanti bianchi si truccano di nero se le canzoni interpretate sono di autori afroamericani.

In completo contrasto con la “linea Blackface” seguita dal primo cinema, oggigiorno sono molteplici i film che inseriscono attori afroamericani all’interno dei cast delle pellicole; lo stesso accade nei film d’animazione, in cui tra le file di personaggi bianchi si innestano altrettanti personaggi afroamericani, uniformati e calati alla perfezione nei più disparati contesti. Che sia un modo sottile per insegnare ai più piccoli la normalità della convivenza fra culture o un tentativo più striminzito di espiare le proprie colpe del passato, bisogna prendere atto, per fortuna, di un notevole capovolgimento delle soluzioni rappresentative che hanno pervaso i palchi e gli schermi dall’Ottocento ad oggi.

FONTI

Benjamin Miller, Twisting the Dandy: The Transformation of the Blackface Dandy in Early American Theatre, in “The Journal of American Drama and Theatre”, volume 27, numero 3, Fall 2015

Cristina Formenti, Mauro Giori e Stella Dagna, Corso introduttivo allo studio della storia del cinema, Librario editore, Milano 2015