Aprì gli occhi e allungò una mano sul materasso. I polpastrelli sfiorarono le lenzuola fredde e stropicciate, lei non c’era più. Si sentì percorre da un brivido. L’aspettativa era stata delusa, era sicuro che l’avrebbe trovata lì. Nella frazione di secondo in cui aveva spostato la mano prima di toccare l’assenza, aveva potuto sentire il calore del suo corpo. Ma il palmo ricadde nel nulla e lui rimase interdetto, il tonfo sul materasso fu ancora più pesante perché non previsto.

Si erano trovati per caso entrambi seduti al bancone del pub all’orario di chiusura, uno accanto all’altra. Non si erano notati fino al momento in cui lei aveva sollevato gli occhi dal bordo del bicchiere e si era girata verso di lui.

«Mi sa che dobbiamo andarcene» gli aveva detto guardandosi intorno e indicando con lo sguardo la grande sala vuota, gli sgabelli rivoltati sui tavoli e la tv spenta. Il barista stava finendo di asciugare i bicchieri da birra, concentrato e stanco dietro alle spillatrici.

Lui si era voltato con uno scatto e l’aveva vista. Si era passato una mano nel ciuffo di capelli un po’ unti che gli penzolava davanti agli occhi e aveva annuito.

«Sì. Non mi ero reso conto che fosse così tardi».

«A cosa pensavi?».

Lui era rimasto in silenzio, lei gli aveva sorriso.

«Perché non andiamo a fare due passi? Tanto ormai qui non possiamo più stare» aveva detto lei, scendendo dallo sgabello, infilandosi un lungo impermeabile scuro e tirandosi sulla spalla una borsa di cuoio marrone.

«Sì, hai ragione. Sì, andiamo a fare due passi».

Le parole di lei arrivavano alle sue orecchie con un leggero ritardo, il che dava alle sue risposte una sfumatura di lentezza e di lontananza. Si era alzato, aveva raccattato dal bancone un pacchetto malconcio di sigarette e a testa bassa si era diretto con lei verso l’uscita; le aveva tenuto aperta la porta e poi si era lasciato cadere anche lui nell’aria primaverile di una notte di fine aprile.

«Si sta bene».

Uno, due, tre, cinque, sei passi.

«Aprile mi spezza le gambe».

La larga strada che stavano percorrendo era silenziosa e illuminata di sbieco dai lampioni arancioni. Il semaforo all’incrocio continuava a cambiare colore per nessuno, lui continuava a metterci cinque secondi prima di parlare, e quando pronunciava quelle poche parole non sembrava che prima vi avesse riflettuto, che si fosse preso quei cinque secondi per pensarci, per scegliere con cura cosa dire, quanto piuttosto che si trovasse dall’altro lato della tangenziale, e che tra loro a separarli vi fosse un muro di guardrail.

«Ti sei mai accorta di quante finestre illuminate ci siano di notte?».

«Mh?».

Lei si era stretta i lembi della giacca intorno al corpo agile e sinuoso; i capelli le ricadevano davanti agli occhi.

«Uno non ci fa mai caso. Nessuno ci fa caso al fatto che di notte, le finestre illuminate, siano tantissime. Diamo sempre per scontato che le luci vengano spente. Sembra che non debba più accadere nulla. E invece non è così».

«Guarda» aveva detto lui, sollevando lo sguardo e il braccio destro verso un complesso di condomini da dieci piani l’uno. Le finestre erano tantissime, tutte quadrate uguali, tutte disposte sulla facciata alla stessa distanza.

«Prova a contare«.

Lei nel frattempo aveva seguito il suo sguardo fino ai palazzi alla loro destra.

«Una, due, tre, quattro, cinque…» aveva iniziato a contare.

«Dieci, undici, dodici…» aveva continuato lui.

Avevano camminato senza far caso a dove mettevano i piedi.

«Venti. Venti finestre illuminate solo in questo lato. Pensa in tutti gli altri. Sono tantissime, venti stanze illuminate alle tre del mattino».

«Che cosa staranno facendo?».

«Non lo sappiamo».

Avevano girato in una strada più stretta, erano passati accanto alle serrande abbassate dei negozi di alimentari, delle edicole e delle tabaccherie. I cassonetti dell’immondizia traboccavano di sacchetti neri. Un gatto scivolò nell’ombra di una siepe.

Lei non aveva chiesto a lui perché si fosse trovato in quel pub, da solo, davanti a una birra, e lui non lo chiese a lei. A nessuno dei due era sembrata una cosa di grande importanza. Nessuno dei due aveva voluto saperlo.

«La birra non mi piace, in realtà».

«Come, scusa?».

«Ho detto che la birra non mi piace».

Non c’era stato nessun rumore a nascondere le parole di lei, ma lui non aveva sentito; la città era immersa nel silenzio più profondo. In lontananza, in direzione del parco, si sentivano i primi uccellini cinguettare spettrali, ma erano molto distanti da loro.

«A me sì».

«Mi fa venire l’acidità di stomaco».

«Perché la bevi allora?».

«Perché non so cos’altro bere».

«Ah».

Lui il giorno prima aveva telefonato a sua madre per farsi dare quella ricetta, quella del tacchino al limone. Era andato a comprarlo, l’aveva scelto con cura, il più grosso di tutti. L’avrebbe preparato seguendo le indicazioni fin nel più piccolo dettaglio. Anna sarebbe entrata in casa, avrebbe sentito quel profumo squisito provenire dalla cucina e gli avrebbe sorriso.

«Sai, a volte dormo con la luce accesa».

«Io non riesco a dormire con la luce accesa».

«Stavo pensando che magari su venti, di finestre illuminate, dieci sono di persone che stanno dormendo».

«Dieci? Troppe. Magari quattro».

«Sì, forse quattro» aveva concordato lei ed era tornata ad immergersi nei suoi pensieri.

La verità era che quel pomeriggio Anna gli aveva telefonato, “mi dispiace per stasera, non posso venire, ho promesso a Laura di aiutarla con gli scatoloni del trasloco. Facciamo un’altra volta magari?”.

Così era uscito senza farsi la doccia, buttandosi addosso una giacca vecchia e malconcia, e si era rifugiato al pub. Anna non meritava il suo tacchino al limone; mentre lui ordinava la terza media bionda, il volatile pallido e spiumato riposava nel primo piano del frigorifero, al freddo, accanto al sacchetto di limoni.

«Non so neanche il tuo nome» le aveva detto lui, fermandosi accanto ad un lampione. La luce proiettava le loro ombre in avanti, oltre, sulle strisce pedonali grigie «ma ti andrebbe di venire da me?».

«Venire da te?».

«Sì».

Lei aveva guardato oltre la sua spalla. Le luci accese nelle stanze degli altri.
Si erano rimessi a camminare lentamente. Una macchina triste era passata accanto a loro illuminandoli con la luce fredda dei fari.

Non voleva sapere nulla di lei. Era sicuro che se lei gli avesse parlato di se stessa, lui si sarebbe sentito ancora più infelice. Conoscere le persone lo rendeva infelice. C’erano cose, delle donne che aveva amato, che avrebbe preferito non sapere mai, perché nel momento in cui loro gliele avevano dette, quelle cose si erano incastrate nella sua mente e avevano continuato a far male, ripetutamente, nei momenti più inaspettati.

Senza che se ne rendesse conto si era trovato davanti al portone di casa sua.

«Magari per domani a pranzo potrei preparare il tacchino al limone. Ti piace?».

Lei lo aveva baciato e avevano fatto l’amore lasciando accesa la luce della camera da letto.

Si alzò, andò in bagno, fece la pipì. Si lavò le mani, aprì il frigorifero, si piegò leggermente in avanti per vedere il primo ripiano: era lì, il tacchino, accanto ai limoni. Lo tirò fuori, lo liberò dalla pellicola, lo mise in una pirofila. Sbucciò delle patate, strappò due rametti di rosmarino dalla pianta che teneva sul balconcino, versò del vino bianco e dell’olio. E ovviamente appoggiò con delicatezza intorno al volatile piccole, perfette, sottili, simmetriche fettine di limone. Accese il forno, impostò la temperatura. Sua madre glielo aveva detto, ci sarebbero volute un paio di ore per farlo cuocere, era davvero un tacchino grande; l’aveva scelto apposta, aveva scelto il più grande che c’era. Il calore del forno lo investì; richiuse lo sportello, tirò a sé una sedia, la posizionò proprio lì davanti, e vi si sedette. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia allargate e rimase a fissare la pelle del tacchino che iniziava a raggrinzirsi per il calore. Rimase a guardarlo per tutto il tempo della cottura.

C’era un tacchino enorme nel suo forno arancione, un tacchino circondato da fette di limone.

Era come guardare dentro alla finestra di una casa, si disse. Anche lì dentro stava accadendo qualcosa, e c’era una luce accesa. Sarebbe stato buonissimo, quel tacchino. Lo sapeva, ne era sicuro.


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