La tradizione della maschera teatrale ha radici antiche e non totalmente chiare. Come nelle più misteriose tradizioni, il segreto dei manovali è celato agli esterni. La maschera dunque, come la forma d’arte che rappresenta, racchiude secoli di storia e tradizione. Il segreto dei manovali è un’abilità tramandata attraverso le generazioni. Tra le personalità più importanti del settore, rilevante risulta la famiglia Sartori. Amleto e Donato Sartori sono due dei più importanti studiosi della maschera e dell’uso espressivo di quest’ultima in teatro. Utilizzando diversi materiali (legno, cuoio), producono maschere per spettacoli teatrali da tutto il mondo. Al di là della commedia dell’arte, si avvicinano al dramma greco/latino o alle commedie del Ruzante. Dunque un ventaglio piuttosto ampio, per un totale di oltre duemila esemplari. Proprio per onorare i lavori della famiglia, il 30 dicembre 2004 è stato inaugurato Il Museo Internazionale della Maschera Amleto e Donato Sartori, presso Abano Terme (PD).

Assistendo a uno spettacolo di commedia dell’arte diventa immediatamente chiara la funzione rappresentativa della maschera. Ogni carattere (ovvero il personaggio) diventa infatti riconoscibile grazie a quest’ultima. Così, proprio a causa di determinate caratteristiche fisionomiche un Arlecchino si distingue molto bene da un Pantalone o un Dottore. Il primo, per esempio, è un giovane con espressione furba, quasi felina. Il secondo invece, arcigno e rugoso, ricorda un corvo per il naso importante. Tuttavia, osservando attentamente, si nota l’individualità di ciascun esemplare. Nessuna maschera possiede infatti una copia identica di se stessa. Seguendo dunque una partitura globalmente determinata, l’artigianalità prevale e ciascuna maschera viene esaltata nella sua specificità. Proprio per questo, nell’universo della convenzione teatrale, un Arlecchino può apparire più o meno furbo e le sue fattezze possono sembrare più o meno simili a quelle di uno zanni. Ed è proprio l’unicità della maschera a decretarne il suo valore.

Gli studi e i lavori di bottega della famiglia Sartori si legano, nel corso del Novecento, a progetti di parecchi registi e attori, in Italia e nel mondo. Dopo la morte del padre, Donato Sartori prosegue la collaborazione con il Piccolo Teatro. Egli è infatti il produttore della maschera di Arlecchino per Ferruccio Soleri, lo storico interprete protagonista di Arlecchino servitore di due padroni, regia di Giorgio Strehler. Accanto a ciò, rilevante la collaborazione con Dario Fo e con i giovani interpreti di Commedia dell’arte, come Enrico Bonavera o Giorgio Bongiovanni. Proprio questo lavoro complesso e articolato permette dunque a Sartori di affinare le tecniche produttive della maschera. La ricerca insaziabile ha contribuito attivamente a rivitalizzare, o forse sarebbe meglio dire “reinventare”, la commedia dell’arte, genere teatrale oscurato dopo Goldoni.

La sperimentazione di Donato Sartori non si limita però alla commedia dell’arte. Nel 1979 viene infatti fondato Centro Maschere e Strutture Gestuali, un centro di ricerca e sperimentazione su scultura, arte figurativa e teatro. Il progetto prende avvio da un’antica vicenda. Tutto ha origine nel 1977 quando Donato Sartori, manovale e architetto, assiste a lezioni tenute da Lecoq, massimo teorico della “maschera neutra”. L’incontro spinge Sartori ad abbandonare le sculture in metallo, per avvicinarsi alla produzione di maschere in cuoio. L’obiettivo era quello di studiare la maschera (o il progetto architettonico) nella sua realizzazione dinamica, ovvero nello spazio aperto.

A seguito di un invito alla Biennale di Venezia, Sartori mette a punto il suo progetto di ricerca. Realizza infatti una performance in uno spazio aperto, mettendo in scena una “ragnatela”, una fibra acrilica avvolgente l’intero spazio. L’obiettivo era quello di creare uno spazio coeso, in modo che tutti gli elementi dell’opera d’arte ne fossero contenuti. Egli afferma riguardo il pubblico:

Alla fine della performance la reazione del pubblico fu scatenata, tanto da assumere l’aspetto di danza catartica collettiva in un’apoteosi di gesti liberatori e scaramantici nel tentativo di appropriarsi di quel tenue reticolo aereo, fluttuante al vento; ed iniziò un gioco collettivo tra grida di gioiose e risate aperte fino a che, molto più tardi, sull’impiantito non rimase che qualche scampolo della materia.

Il progetto conduce dunque al “Mascheramento Urbano”, a cui attualmente è dedicata una zona del Museo. L’obiettivo è quello di creare una sorta di opera d’arte totale, “mascherando” l’ambiente urbano per stravolgerne la sua componente più quotidiana ed evocarne il fascino metafisico. L’intero pubblico diventa dunque personaggio attivo della messa in scena, stimolando la creatività. Il progetto artistico ha un chiaro obiettivo sociale: rivestire, “mascherare” la quotidianità degli ambienti urbani attraverso fantasia e creatività.

Sartori, grazie alle sue profonde ricerche nel campo artistico/ teatrale è stato dunque in grado di svincolare il concetto di maschera da una connotazione asfissiante e restrittiva. Postulando un’interpretazione teorica del concetto di mascheramento, i suoi lavori spaziano dall’artigianalità delle maschere da palcoscenico, passando attraverso le “maschere totali”, fino all’approdo al “mascheramento urbano”. Il Museo offre perciò un assaggio del processo creativo della famiglia, con l’obiettivo di diffondere gli ideali di un progetto artistico che incrocia tradizione e innovamento, un connubio perfetto tra conservazione e sperimentazione.

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