Il Mudec fa centro. Dal primo di ottobre al 2 di febbraio 2020 sta curando il progetto Oriente Mudec, che occupa gli spazi espositivi del museo per raccontare il rapporto tra Giappone e Occidente. Un rapporto artistico, storico, intellettuale e sociale, che dalla seconda metà dell’Ottocento ha coinvolto entrambe le parti, cambiandole per sempre.

Dopo 250 anni di pace e chiusura – definita Pax Tokugawa – il Giappone, dagli anni Cinquanta del XIX secolo, apre i suoi porti e permette scambi e commerci con l’estero. All’epoca, l’Occidente era visto come lontanissimo. Grazie all’arrivo, nella baia di Edo, della flotta statunitense guidata dal Commodoro Perry nel 1853, il Giappone riuscì finalmente ad abbandonare la sua politica isolazionista.

L’esposizione Impressioni d’Oriente. Arte e Collezionismo tra Europa e Giappone, visitabile dal primo di ottobre al Mudec di Milano, mette in risalto proprio le numerose influenze che l’arte del Giappone ha portato all’arte occidentale.

Il Giapponismo

Il percorso espositivo mette quindi in luce l’idea di Giapponismo. Questo termine – coniato nel 1873 dall’incisore Philippe Burty – indica una vera e propria svolta nell’immaginario occidentale. Va a sottolineare, infatti, la grande passione dei pittori francesi per l’arte del Sol Levante.

In Occidente, all’epoca, si utilizzava la prospettiva e la sfumatura. In Oriente, invece, si aprì in quegli anni l’era dell’arte ukiyoe, l’arte delle immagini del Mondo Fluttuante. Questa andava incontro al desiderio e alle richieste dei cittadini. Erano immagini realizzate per assecondare i piaceri della vita. Venivano stampate – tramite matrice in legno – immagini di cortigiane, geishe, attori del teatro kabuki e, ancora, scorci dei luoghi celebri delle maggiori città, come Edo e Tokyo. Insomma, quel che si cercava di produrre erano stampe che potessero rappresentare semplicemente la quotidianità. 

La fotografia, poi, ha ulteriormente aiutato questa mescolanza. Questa, infatti, fa la sua comparsa in Giappone alla fine degli anni ’40 del secolo. A partire dal 1860, vengono aperti i primi studi fotografici. Questi, situati soprattutto nelle zone portuali come Edo e Yokohama, accolsero numerosi fotografi provenienti dall’Occidente.

Felice Beato, uno dei primi europei ad operare in Asia Orientale, offrì un notevole contributo per lo sviluppo e la crescita della fotografia in Giappone. Dopo qualche anno, fu artefice di una tecnica mai utilizzata prima: la colorazione a mano della fotografia. Questa, realizzata tramite acquerello, permise l’avvicinamento di queste due realtà. Le fotografie colorate a mano si avvicinavano sempre di più alla concezione dell’arte giapponese e ai suoi colori brillanti.

Vincent Van Gogh

I pittori occidentali vennero completamente investiti dall’Estremo Oriente. Iniziarono, infatti, a rappresentare i loro stessi soggetti. Le campiture di colore si fecero sempre più piatte – volte a riprendere la xilografia del Giappone – e i soggetti utilizzati divennero donne, soprattutto, e paesaggi. Le immagini ukiyoe vennero prese d’assalto e divennero ben presto un perfetto modello da seguire.

Susini a Kameido – Hiroshige

L’esempio più evidente è quello di Vincent Van Gogh, pittore olandese molto amato e seguito. Egli fu folgorato dalla bellezza orientale. Tanto è vero che copiò pari pari la figura di un soggetto stampato da Utagawa Hiroshige, artista giapponese. Questo è noto per le sue stampe silografiche raffiguranti la natura e le sue trasformazioni. L’opera in questione è il Giardino dei susini di Kameido. L’artista francese copiò l’immagine alla perfezione. Questa, ovviamente è realizzata a olio su tela, diversamente dall’originale, stampata tramite la tecnica silografica.

Van Gogh stesso affermò in una lettera spedita al fratello Theo nel 1888:

 Non si può studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più felice e più allegro, e ci fa ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo di convenzioni.

Sono proprio le convenzioni occidentali a star strette all’artista olandese.

Henri De Toulouse-Lautrec e gli impressionisti
Divan Japonais – Henri de Toulouse-Lautrec

Un’altra nota influenza proviene dall’artista francese Henri de Toulouse-Lautrec, pittore dalla personalità stravagante. Nel 1892 disegnò un poster litografico, realizzato per pubblicizzare un cafè dell’epoca, il Divan Japonais. Oggetti orientali sono ben evidenti. L’interno stesso adornato con elementi giapponesi, che nella composizione vengono ripresi e perfettamente copiati. La stessa tecnica dell’artista parigino risente del contatto orientale. I suoi manifesti infatti sono realizzati tramite litografia. Questo permetteva di replicare più volte l’immagine, proprio come facevano gli artisti del Mondo Fluttuante.

Gli impressionisti, come accennato, per primi sperimentarono il nuovo concetto di arte. Artisti come Monet, Renoir, Gauguin, Pissarro, Cézanne, Manet e Degas uscirono dagli schemi per andare incontro ad un’arte del tutto inedita, ma altrettanto affascinante.

Stampe giapponesi di Hokusai, Hiroshige, Utamaro ed Eisen arrivarono in Occidente e portarono con sé una ventata di assoluta novità. Le immagini, infatti, erano molto diverse da quelle conosciute dagli impressionisti. Erano prive di prospettiva e di sfumature, i tagli non erano sempre frontali. Spesso si utilizzavano punti di vista abbassati o, addirittura, angolari.

Nonostante ci fossero delle differenze abissali, gli artisti non smisero di creare e sperimentare. Anzi, sembrarono sempre propensi alla ricerca di novità e cambiamento.

Ancora oggi, il fenomeno del Giapponismo è presente nel nostro paese. La cultura e il grande fascino del Sol Levante continuano ad irrompere sulle nostre vite. Questo non potrà che allargare, senza sosta, i nostri orizzonti. Sia geografici che mentali.

La mostra è visitabile presso il Mudec, dal 1° ottobre 2019 al 2 febbraio 2020.