Nella storia purtroppo sono molti i casi di errori giudiziari compiuti da giudici più o meno corrotti. Caso esemplare è il clamoroso affaire Dreyfus, vicenda giudiziaria che condusse a una vera e propria spaccatura dell’opinione pubblica francese, con numerose conseguenze sul piano politico. Ma chi era Dreyfus? E come rimase coinvolto in tutto ciò?

Negli ultimi anni dell’Ottocento molte correnti radicali (bonapartisti, monarchici, nazionalisti…) mettevano a repentaglio la vita delle neonate istituzioni repubblicane. In Francia infatti la Terza Repubblica si era costituita a seguito della sconfitta di Napoleone III a Sedan, nel 1870, contro i tedeschi. Queste correnti, tutte caratterizzate da un antisemitismo di fondo, fecero fronte comune proprio in occasione del sopracitato caso giudiziario.

La Cerimonia di degradazione di Alfred Dreyfus

Nel 1894 venne scoperto un biglietto anonimo (bordereau) che testimoniava il passaggio di documenti segreti da un generale di stato maggiore francese alle reti di spionaggio tedesche. I sospetti ricaddero su alcuni generali, tra i quali Alfred Dreyfus, un ufficiale di artiglieria. Immediatamente egli fu individuato come il principale sospettato. Il motivo? Essere ebreo.

Dreyfus era infatti un ricco ebreo di origini alsaziane che era riuscito a far carriera nell’esercito (fatto insolito, dato l’antisemitismo diffuso nell’ambiente militare). La sconfitta subita dai francesi a Sedan aveva suscitato un forte desiderio di revanche, cioè di rivincita contro i tedeschi. Questo aveva portato anche alla rinascita di nazionalismi, caratterizzati intrinsecamente da uno spiccato razzismo. Gli ebrei, in particolare, erano da sempre visti come il popolo traditore per eccellenza; in quanto avevano tradito Gesù Cristo consegnandolo, e in quanto gente senza patria (e dunque non legata a una nazione da vincoli di fedeltà).

Il processo contro Dreyfus fu condotto nel 1894 da un Consiglio di guerra composto da solo sette giudici, che lo dichiararono colpevole. In breve tempo, nonostante la scarsezza di prove, si tenne la cerimonia di degradazione, nella quale Dreyfus, che si proclamava innocente e patriota, rischiò addirittura di essere linciato dalla folla che urlava “Morte al traditore!”. L’ufficiale condannato venne quindi relegato in una prigione della Guyana francese, presso l’Isola del Diavolo, dove dovette svolgere lavori forzati.

La sentenza venne dunque usata dalla stampa di destra come pretesto per condurre una violenta campagna antisemita. Tuttavia, le prove usate al processo erano piuttosto inconsistenti. L’elemento di colpevolezza più schiacciante era costituito solo dalla vaga somiglianza tra la scrittura di Dreyfus e quella dell’anonimo autore del bordereau. Di ciò si accorse il nuovo tenente colonnello, Georges Picquart, che iniziò ad indagare, divenendo sempre più sospettoso nei confronti di un altro ufficiale di nobili origini, di nome Ferdinand Walsin Esterhazy, da tempo oberato dai debiti di gioco.

Nel frattempo, la moglie e il fratello si Dreyfus si prodigarono per far sì che il caso venisse riaperto; tuttavia il parlamento respinse la domanda di revisione del processo. Al contempo Picquart, che aveva tentato di dimostrare la colpevolezza di Esterhazy, venne rimosso dall’incarico.

Questi provvedimenti infiammarono l’opinione pubblica francese, che iniziò a delinearsi in due filoni: innocentista (composto da radicali e repubblicani moderati) e colpevolista (costituito prevalentemente da monarchici, estremisti di destra, cattolici conservatori e anche diversi moderati).

Tra gli innocentisti, numerosi furono gli intellettuali e gli artisti. Costoro iniziarono a pubblicare articoli in difesa di Dreyfus su varie riviste francesi, quali “Le Figaro”, “Le Libre Parole”, “L’Aurore”. Fu proprio su quest’ultimo giornale che venne pubblicato, il 13 gennaio 1898, il celeberrimo “J’accuse” di Èmile Zola. In quest’articolo l’intellettuale si rivolge apertamente al Presidente della Repubblica, chiedendo di riconoscere l’innocenza del generale ebreo. È tuttavia fondamentale sapere il motivo che spinse Zola a una accusa così forte e diretta. Si tratta della recente assoluzione di Esterhazy, sul quale era stata aperta un’inchiesta grazie all’impegno del fratello del condannato. Per questo clamoroso atto d’accusa Zola venne processato e condannato per offese all’esercito.

Fotografia antropometrica di Emile Zola.

Da quest’articolo, però, nacque una fortissima reazione da parte dell’opinione pubblica, francese e non solo. L’affaire infatti divampò in breve al di fuori dei confini nazionali, dove l’innocenza di Dreyfus era da molti considerata quasi scontata. Questa vicenda aveva nel frattempo favorito l’aprirsi di numerosi dibattiti sulla questione della giustizia e delle sue finalità. Si notò inoltre per la prima volta la grande rilevanza della stampa e la sua influenza sull’opinione comune, tanto che si parla dell’affare Dreyfus come della “prima grande battaglia condotta attraverso i mass media”.

Nonostante tutto ciò, il caso, appena riaperto, portò nuovamente alla condanna di Dreyfus, con una pena più leggera della precedente. L’obiettivo della condanna era evitare di screditare le alte sfere militari, che giunsero a falsificare i documenti per assolvere Esterhazy. La conseguenza fu un grande moto di indignazione internazionale. Questo portò alla decisione di rendere la libertà a Dreyfus: il 19 settembre 1899 il Presidente gli concedette la grazia. Un anno dopo, Picquart e Zola ottennero l’amnistia. La riabilitazione definitiva dell’ufficiale ebreo sarebbe avvenuta però solo nel 1906, quando venne reintegrato nell’esercito. Nello stesso anno si ebbe la condanna di Esterhazy.

La parabola del caso Dreyfus parrebbe dunque giunta a una fine. Tuttavia, non mancarono le conseguenze di tale vicenda sul piano politico: a seguito delle elezioni del 1899, infatti, si formò un governo di “coalizione repubblicana”, composto da coloro che credevano nell’innocenza del generale ebreo. Questo governo riprese con forza la battaglia contro le posizioni di potere del clero cattolico e portò avanti una completa separazione tra Stato e Chiesa.

Dreyfus prigioniero all’isola del Diavolo

Attualmente questo caso fa riflettere sulle macchinazioni che uno Stato può mettere in atto per difendere la reputazione di una delle proprie componenti. Dreyfus era chiaramente un capro espiatorio, perfetto proprio perché ebreo. A volte si tende a dimenticare che l’antisemitismo non fu certo una prerogativa tedesca, bensì una tendenza diffusa in tutt’Europa, che purtroppo ad oggi non è ancora scomparsa. Si pensi al fatto che solo nel 1995 l’esercito francese ammise ufficialmente l’innocenza di Dreyfus!

Come si accennava prima, questa vicenda portò a importanti riflessioni sul tema della giustizia. Tali dibattiti sono ben validi anche tuttora; non a caso, l’affaire ha portato molti registi a trasporre la vicenda sulla pellicola cinematografica. Tra questi spicca il film di Roman Polanski, che ha dato luogo a un ulteriore dibattito a causa della pena, mai scontata, del regista, accusato di molestie sessuali nel lontano 1997. Secondo alcuni, sarebbe indispensabile separare la sfera artistica da quella morale, giudicando quindi il film e non il suo regista. Secondo altri, tuttavia, Polanski avrebbe voluto in qualche modo identificarsi in Dreyfus e nella lunga vicenda giudiziaria di cui fu protagonista.

Pare quasi che l’affaire non si sia mai concluso, e che non manchi di far nascere polemiche nemmeno nel nuovo millennio.

FONTI

A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, Nuovi profili storici, 2012

it.m.wikipedia.org

artspecialday.com

cronologia.leonardo.it

doppiozero.com