Febbraio 2019. Partono i titoli di coda, si accendono le luci e un lungo applauso omaggia La paranza dei bambini, dopo la proiezione durante L’Orso d’oro di Berlino. Un film italiano che ai tedeschi è piaciuto molto perché racconta l’Italia, non quella fatta di sole, pizza e mandolino, ma il suo profilo drammatico, identificato ancora una volta nei rioni di Napoli.

La vicenda, tratta dall’omonimo libro di Roberto Saviano, è attuale: Nicola, figlio adolescente della lavandaia di quartiere, è stanco di vedere sua madre pagare tangenti e vivere di stenti per garantire una vita dignitosa ai suoi figli. Vuole riscattarsi e, con l’appoggio del suo gruppo di amici, è deciso a dare una svolta alla vita del rione Sanità. Per portare a termine la sua missione sa di doversi sporcare le mani; nella sua Napoli non c’è spazio per la legge. Inizia così a mettere a punto un piano, racimola armi e “uomini” per cacciare i cattivi e prenderne il posto.

Una storia sulla criminalità ma soprattutto sull’adolescenza, che fa emergere una triste realtà. Vedere la morte di parenti e amici davanti ai propri occhi, crescere con la consapevolezza che certe scelte sono necessarie per non sentirsi gli ultimi della comunità. I ragazzini de La paranza dei bambini vogliono a tutti i costi essere i primi, così si ritrovano a gestire goffamente un giro d’affari enorme per le loro mani. Claudio Giovannesi, alla sua seconda opera di finzione, ci rende consapevoli di quanto sia diffuso il fenomeno delle paranze non solo in Bulgaria, Albania e Sud America, ma anche nella nostra Napoli. Il simbolo dello splendore italiano si macchia ancora una volta di morti innocenti, se con innocenza ci si riferisce alla giovane età di questi nuovi protagonisti del crimine. Nel farlo Giovannesi viene aiutato da Saviano, co-sceneggiatore insieme al regista e a Maurizio Braucci.

Il film si muove sul binomio gioco e guerra: c’è un senso di purezza e di innocenza in quel gioco che diventa però una guerra e una scelta da cui non puoi più tornare indietro.

Ha affermato il regista in un’intervista, rimarcando l’incoscienza dei giovani protagonisti. È così che con il primo bacio arriva anche la prima sniffata di cocaina, a cui seguono la prima rapina, il primo sparo, la prima fuga; in un viaggio esperienziale che porta alla maturità criminale. Così a vent’anni i fiori di Giovannesi si ritrovano a essere dei giovani vecchi, che pensano di conoscere la vita solo perché hanno provato il pericolo della morte.

Un lavoro importante, che non può proteggersi dal rischio in cui i film di genere incorrono. Il cinema criminale ha bisogno di un occhio critico, attento, capace di cogliere la tragedia che attanaglia i suoi personaggi. Sono tante le accuse rivolte a chi cerca di dipingere questa realtà: c’è chi crede che queste storie spingano all’emulazione gli spettatori più ingenui, o che venga restituita l’immagine di una Napoli brutta e decadente. Non è senz’altro il caso di Giovannesi, dove la denuncia si insinua dietro l’angoscia degli adolescenti e dove la loro voglia di scappare, seppur senza successo, emerge continuamente. Napoli resta sullo sfondo con i suoi tramonti e il suo folklore.

La paranza dei bambini, tuttavia, va troppo veloce: vuole mantenere il passo dei uaglioni, ma nel pedinamento perde qualcosa; tappe importanti che avrebbero potuto svelare sfumature commoventi della prima gioventù. L’amore sboccia, si affievolisce e rinasce con poca profondità e le prove d’iniziazione mancano dell’enfasi necessaria. Allo stesso tempo gli adulti, (in particolare la mamma di Nicola), sono una presenza debole e rassegnata, dove l’accettazione restituisce un altro aspetto dei personaggi di Saviano: la criminalità è sentita come negativa, ma è preferibile a un’esistenza disonorevole.

Il film si rivela una dimostrazione del valore pedagogico che il cinema può e deve continuare a trasmettere. L’adolescenza ha bisogno di essere dipinta con pennellate penetranti, capaci di tratteggiare quella sottile linea che divide l’infanzia dal mondo degli adulti. La paranza dei bambini, come tutto il cinema di Giovannesi, raggiunge questo traguardo omaggiando la fatica di crescere.