Il nostro secolo si trova di fronte ad un importante cambiamento, che sta portando a un nuovo modo di consumare e produrre servizi. Le figure del produttore e del consumatore sono meno distinguibili: a tal proposito è nato il cosiddetto “prosumer”.

Cosa è il prosumer?

Prosumer è una parola macedonia derivata dall’inglese, formata dalla composizione della parola producer (produttore), con la parola consumer (consumatore). Un destinatario di beni e servizi che non si limita al ruolo passivo di consumatore, ma partecipa attivamente alle diverse fasi del processo produttivo. Una parola nata nell’ambito di una delle idee più originali degli ultimi anni, quella di Brian Walsh, Senior Editor del Time Magazine (2011):

Today’s Smart Choice: Don’t Own. Share.

Parliamo di “sharing economy”: un nuovo modello di consumo complementare all’economia tradizionale, figlio dell’avvento della diffusione di internet e della crisi del 2008.

La sharing economy

Per sharing economy si intende infatti un sistema comune che preveda:

  • Promozione dello sfruttamento pieno delle risorse, incoraggiandone il riutilizzo.
  • Utilizzo di una piattaforma web: la tecnologia diventa un supporto indispensabile.
  • Assets generanti valore che appartengono alle persone.
  • Collaborazione al centro del rapporto tra membri.

Un processo che ha origine nel lontano luglio del 1941, quando l’Ufficio del Coordinatore del Petrolio, istituito dal Presidente Roosevelt, lanciò una campagna di conservazione del petrolio e della gomma chiedendo agli autisti di risparmiare il 30% di benzina mediante varie misure, tra cui lo sharing.

Con il tempo questo nuovo modello economico è diventato strettamente improntato sul concetto di condivisione di beni e servizi. Un modello economico che non si basa più sull’acquisto e sulla proprietà, ma sul riuso e sulla condivisione tra individui privati, gratis o a pagamento, utilizzando Internet. Degli esempi significativi possono essere i noti siti Airbnb, BlaBlaCar o JustPark.

Grazie a questo nuovo modello, il costo della potenza di calcolo è diminuito in misura significativa. Si è passati da 22 dollari per milione di transistor nel 1992, a 0.06 dollari per milione di transistor nel 2012. Lo stesso costo di storage dati è diminuito: da 569 dollari per gigabyte di spazio di archiviazione nel 1992 a 0,03 dollari per gigabyte nel 2012. La diminuzione della larghezza di banda, il maggior numero di persone connesse: dall’1% del totale di sottoscrizioni wireless del 2001 al 55% del 2012.

Un’importante ragione del successo di questo modello è sicuramente l’alto tasso di investimento. Secondo Schroders, sono stati investiti 23 miliardi di dollari dal 2009, e 20 miliari solo negli ultimi due anni, mentre Credit Suisse calcola un valore totale delle start-up di circa 219 miliardi (solo fino al 2015). Ultimo, ma non per importanza, Pricewaterhouse Coopers afferma che i valori del ricavo della condivisione cresceranno del 25% annuo, fino a raggiungere 335 miliardi di dollari nel 2025.

Gli incentivi della sharing economy

Sicuramente alla base di tutto troviamo grandi incentivi che spingono ad utilizzare la sharing economy: i costi per la progettazione, la facilità di realizzazione e mantenimento di una piattaforma IT, la comodità di un’applicazione mobile e un sistema di pagamento sicuro e facile da usare.

L’economia collaborativa incide così sull’economia generale e sulla sua efficienza per quattro importanti aspetti: l’agevolazione dei mercati di riciclo e le forme di rivendita, l’ottimizzazione di beni non sfruttati e la possibilità di coordinare persone e trarre vantaggio dall’economia di scala. Questa economia viene rappresentata come una vera e propria opportunità per sfruttare le risorse e le competenze sotto-utilizzate, ma può presentare un importante limite. Il modello occupazionale dell’economia collaborativa è precario, poco remunerato, generalmente di basso livello di qualificazione e privo di protezioni.

Secondo il Business Innovation Observatory (2013) la Sharing Economy è una vera e propria economia tra pari, basata su modelli di business caratterizzati dall’accessibilità. Il valore dell’azienda consiste così nella realizzazione di un incontro tra un soggetto che possiede una determinata risorsa e un consumatore che ha bisogno della stessa.

La Nesta ha così racchiuso nel rapporto di Rachel Botsman (2014) i cosiddetti quattro pilastri della Sharing Economy:

  • Consumo collaborativo
  • Produzione collaborativa
  • Apprendimento collaborativo
  • Finanza collaborativa

A cui se ne può aggiungere un ultimo: la governance collaborativa (ancora in via di sviluppo).

Quando parliamo di economia collaborativa, distinguiamo inoltre due importanti macro-gruppi, dividi tra chi consuma e chi produce. Quando parliamo di consumo facciamo riferimento a quanto abbiamo già citato prima. Ma cosa si intende per produzione collaborativa?

Dal punto di vista di chi produce

È tra gli sviluppi più interessanti dello sharing, dato che si tratta di realizzare spazi in cui gruppi di persone possano produrre e innovare insieme. Parliamo quindi di “open-manufacting” e “open-design”, e dei cosiddetti “Fabrication Laboratories” (FabLab). Questi ultimi sono laboratori aperti attrezzati e con macchinari tecnologi nati con l’aspirazione di permettere agli utenti di stimolare l’innovazione diffusa.

Tra i più importanti esempi troviamo Airbnb e Peerby. Ma sono solo due delle possibilità che ci offre il network, per uno sviluppo più sostenibile, più collaborativo.


FONTI

SCHRODERS, “The Sharing Economy”, Luglio 2016.

Fondazione UNIPOLIS (2015)- I Quaderni di Unipolis “Dallo Scherign Economy all’Economia collaborativa. L’impatto e le opportunità per il mondo cooperativo”.