Sette artisti. Venti opere. Una ex Chiesa come location suggestiva e magica. A Como è arrivata la mostra “Interference”, per conoscere la tecnologia da un nuovo punto di vista.

Chiesa di San Pietro in Atrio

Venerdì 12 luglio. Inaugurazione della mostra Interference. Siamo in un’assolata Como da inizio fine settimana, è l’ora degli aperitivi e, il cuore della città, all’interno dell’ex Chiesa di San Pietro in Atrio, ospita opere d’arte dal profumo internazionale. Sono lì tutti in quel momento. La curatrice della mostra Roberta Gonella e i sette artisti che espongono: Sheila Elias, Andres Levin, Fabrizio Bellanca, Hongtao Zhou, Duvier del Dago, Nicholas Berdysheff e Julio Figueroa Beltran. Le tende nascondono l’ampio ingresso, così da preservare l’atmosfera suggestiva dell’antica Chiesa.

Duvier del Dago, Adán y Eva

Restaurata e adibita a spazio espositivo negli anni Ottanta, San Pietro in Atrio accoglie perfettamente nella sua conformazione le opere esposte. Brillano sgargianti tra i profili arcuati e curvilinei dello spazio espositivo. Riposano sulle bianche pareti oscurate dalla bassa luminosità e sfumate dal viola dei neon delle installazioni di Duvier Del Dago. Queste troneggiano al centro della Chiesa e si presentano come strutture scatolari, composte da due lastre di legno parallele, a loro volta attraversate da una fitta foresta di fili neri ai quali sono intrecciate sottili corde. Un piano di composizione studiato da anni, una realizzazione effettiva di una sola settimana!

Duvier ha articolato sinuosamente le corde tra i fili, in modo da comporre diverse figure. Nel caso della prima installazione, subito davanti all’ingresso, si tratta di Adamo ed Eva (Adan y Eva). Fluttuano uno sopra l’altro, inermi, ingabbiati in una realtà digitale che minaccia la loro integrità umana. L’interferenza tecnologica agisce così. Si inietta indisturbata nella quotidianità, allontanando progressivamente lo stile di vita di ognuno dalla sua componente più primitiva e biologica. La comunicazione digitale sostituisce sempre più velocemente quella verbale e lo spazio interattivo si riduce allo schermo di un cellulare.

Duvier del Dago, Standby

Nel rapporto tra uomo e tecnologia si inserisce anche la Natura, rappresentata perfettamente da Duvier nell’installazione che accosta un’aquila, un drone e un uomo. Quest’ultimo è attratto dal drone, a sua volta avvicinato dall’aquila. Gli artigli del rapace si protendono verso lo strumento tecnologico e cercano di allontanarlo dall’uomo. La Natura cerca di preservare il carattere biologico dell’umanità, ma fallisce, perché quest’ultima si avvicina così tanto alle macchine da rimanerne scottata, da rischiare di scomparire sotto la loro egida. Così che anche la Natura alla fine ne rimane soggiogata e sconfitta. È un circolo vizioso, dove l’unica a vincere è la tecnologia.

Nicholas Berdysheff, Anomaly I e II

Il suo ruolo è talmente pervasivo che Duvier lo concretizza nel simbolo del drone. Compare sia nell’ultima installazione a neon, accostato a una libellula, sia nelle due tele della serie del 2017 Standby, dove ogni persona ritratta ha sopra la propria testa un drone. Nel primo caso si tratta di una ragazza addormentata, nel secondo di un affresco urbano. I disegni sono in bianco e nero, realizzati con acrilici e il solo uso del colore rosso per alcuni spazi delle opere. Perché il rosso?

Perché è il mio colore preferito, perché si rifà alla luce del drone e perché volevo spiccassero alcuni elementi sul bianco e nero.

Dietro la parete con la tela urbana di Duvier, un piccolo spazio ospita il video di Nicholas Berdysheff. Il giovane artista, originario della Georgia, racconta una realtà dominata dalla tecnologia, dall’uso dei telefoni ai sistemi di sorveglianza. Accanto a questo, contribuisce alla sua esposizione un dittico di tele realizzate con la grafica digitale. Rappresentano uno scenario apocalittico, un’atmosfera da videogioco, una guerra tecnologica. Esseri antropomorfi, umani e robotici, sono attraversati da un fascio di luce rossa, realizzata a mano dall’artista. L’opera è Anomaly I e II. Il processo è di progressiva deumanizzazione, sempre più violenta e destinata all’imposizione delle macchine. Lo scenario è quello di Matrix, un film d’ispirazione per l’artista.

Fabrizio Bellanca, Under Control

Le opere di Del Dago e Berdysheff sono intervallate da quelle di Fabrizio Bellanca. Tre raffigurazioni: The Sentinel, Under Control e The New Trinity. Il tema dominante è l’arrivo dei droni in città, i dipinti sono realizzati su alluminio con colori per il vetro e l’ultimo titolo richiama ancora Matrix e una società governata dall’ossessione del controllo, sia da parte del carnefice che della vittima. La reiterazione del simbolo del drone concretizza questo concetto. Telecamere invisibili accanto alle telecamere che ogni giorno ci portiamo dietro. Quelle dei telefoni cellulari, dei selfie, delle stories Instagram e Facebook. Del modo che riteniamo il migliore per farci conoscere dalle persone. Ma è davvero il modo migliore?

Fabrizio Bellanca, The Sentinel

Sono strumenti a noi così familiari, tra le nostre mani ogni giorno, tanto che l’artista americana Sheila Elias ha deciso di dedicarvi una serie pittorica intitolata Ipad Series e di rendere l’Ipad la sua nuova tela. Li ho disegnati sull’Ipad. Sono le sue parole mentre si accosta alla sua creazione Vigilance. La composizione, strutturata su sei quadri che evolvono da soggetti riconoscibili a figure sempre più astratte, è avvolta da una cornice di nastro segnaletico. La parola Caution, che ritorna anche sulla gonna indossata dall’artista all’evento e sulla sua borsa, è un avvertimento. Una precauzione che devono adottare le nuove generazioni e non solo.

Sono i più esposti ai nuovi media e ne fanno pane quotidiano. La tecnologia richiede moderazione affinché la sua presenza nelle vite di ognuno non sia invasiva. L’abuso può diventare deleterio, per questo è innovativo da parte di Sheila fare dell’arma uno strumento creativo, in modo tale da poterne governare gli effetti. Così l’arte diventa strumento di controllo positivo sul mondo, di riorganizzazione del caos.

Sheila Elias, Vigilance

Di quegli elementi inconciliabili che Julio Figueroa Beltran fa protagonisti delle sue opere. Sono dipinti dal tocco malinconico, ma al tempo stesso poetico ed evocativo. Il tema riguarda sempre l’osservazione tensiva, che si nasconde, nelle sue opere, dietro la bellezza di un paesaggio di campagna, la tranquillità di un quartiere residenziale o la vastità dell’oceano. Le sue tre opere in mostra (in copertina): When the wind blows outside, Into the Parallel Ocean e Unexpected Intruder raccontano di una realtà altra, osservata dalla lente dell’obiettivo di una telecamera. Quindi, mostrata per quello che è realmente: un crogiolo di contraddizioni.

La mostra segue così un andamento prettamente visivo, dove l’immagine ha una forte potenza comunicativa e dove l’influenza della tecnologia passa dallo sguardo. Ma per quanto riguarda il tatto e l’udito, ad esempio? Del primo se ne occupa Hongtao Zhou con i suoi Textscapes. Documenti stampati in 3D che riportano sulla superficie, in rilievo, parole e parole trasfigurate negli Skyline di diverse città internazionali. New York, Parigi, Shenzen, San Francisco, Hong Kong. È un modo di conoscere la città per chi non la conosce. Accostare sulla copertina di un libro stampato in 3D informazioni su una città e profili dei suoi palazzi. Vedere e toccare. Conoscere. Perché l’arte deve avere una funzione educativa.

Hongtao Zhou, Take my hand

Accanto alle stampe cittadine Hongtao accosta anche tavolette in Braille. Sono scritte in caratteri cinesi e sono di colori bianco, su una parete, e rosso, su quella opposta. È una forma di apprendimento e conoscenza attraverso il tatto, rivolta ai bambini come sperimentazione e a chiunque ne abbia bisogno. Il suo titolo, non a caso, è Take My Hand. Piena fiducia nell’artista e nel suo progetto. La tecnologia viene così trattenuta nel suo agire, perché diventa un mezzo per raggiungere uno scopo prolifico. Nel caso invece dell’udito, la sperimentazione digitale viene affidata alle mani esperte di Andres Levin, portavoce dell’arte invisibile che si diffonde nell’etere attraverso le note delle colonne sonore realizzate appositamente per l’evento.

Insomma, la profonda riflessività delle opere, con un tocco molto contemporaneo, accanto alla suggestività dell’atmosfera e all’estrema cordialità e disponibilità degli artisti, rendono Interference una mostra da visitare per conoscere meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.


 

FONTI

Visita della mostra da parte dell’autrice

Como City

CREDITS

Foto scattate dall’artista e dalla sua accompagnatrice