Cari Neri Non Americani, quando fare la scelta di venire in America, diventate neri. Chiusa la discussione. Smettetela di dire sono giamaicano o ghanese. All’America non interessa. Che importa se nel vostro paese non eravate “neri”?

Ifemelu è nigeriana e vive in America. Ha una borsa di studio a Princeton, un blog di successo e una relazione con un uomo potenzialmente perfetto per lei. Eppure decide di lasciare tutto, abbandonare il suo sogno americano e tornare a Lagos, in Nigeria, dove è cresciuta. Lentamente, al culmine della sua vita professionale e sentimentale, dentro di lei inizia a crescere una nostalgia insostenibile, un malessere «mattutino fatto di stanchezza, malinconia e senso di non appartenenza».

Una sensazione di estraneità profonda che va e viene ma non la abbandona mai del tutto e che si porta dietro fin dal suo arrivo in America anni prima quando, per la prima volta,

ebbe all’improvviso la sensazione di trovarsi immersa nella nebbia, invischiata in una ragnatela lattiginosa. Era iniziato un autunno di semi-cecità, l’autunno dello sconcerto, di esperienze fatte sapendo che c’erano scivolosi strati di significato che le sfuggivano.

Americanah, di Chimamanda Ngozi Adichie, è un romanzo di formazione che vuole raccontare cosa significhi essere neri in Africa, Stati Uniti ed Europa, e lo fa con schiettezza assoluta, senza mezzi termini. Un romanzo che mette alla berlina l’Occidente, i suoi pregiudizi e la sua ignoranza raccontando, finalmente, il punto di vista dell’altro. Arrivare in America e scontrarsi con la cultura del posto è fin da subito uno shock per la protagonista: la sua stessa identità viene messa in discussione più volte, attraverso tentativi (perlopiù abbandonati) di conformarsi alla nuova società in cui tenta di inserirsi. Dai capelli (stirati dolorosamente), all’accento (un’imitazione di quello americano), fino alla stessa percezione che ha di sé: tutte queste cose diventano punti di dolorosa riflessione, che la spingeranno a voler tornare a casa:

Vengo da un paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America.

Se il focus principale del romanzo è lo scontro tra la cultura di Ifemelu e quella americana “bianca”, non meno importante è il rapporto che la protagonista ha con quella afroamericana. Essere nati in Africa e afroamericani è molto diverso, tanto che anche all’Università – che per Ifemelu è uno specchio piuttosto esatto della società – partecipano associazioni studentesche diverse che sono oggetto di scherno reciproco:

Gli afroamericani che vengono ai nostri incontri sono quelli che scrivono poesie sulla Madre Africa e pensano che ogni africana sia la regina di Nubia. Se gli afroamericani vi chiamano Mandingo o Lustrascarpe vi stanno insultando perché siete africani. Alcuni vi faranno domande irritanti sull’Africa, ma altri cercheranno un rapporto con voi. Scoprirete che è più facile fare amicizia con altri studenti internazionali piuttosto che con gli americani, bianchi o neri che siano.

Ma l’ostacolo che più di frequente si trova a dover superare è, paradossalmente, il pregiudizio comune che il razzismo non esista più e che appartenere alla “razza nera” (perché di razza parla il libro) negli Stati Uniti del XX secolo non sia fonte di discriminazione. Sfatare il mito che “il razzismo non esista più” diventa spesso una sorta di missione per Ifemelu, che non perde occasione per far sentire la sua voce, anche con uno degli uomini (bianchi) con cui ha avuto una relazione:

In un bed & breakfast di Montreal, la proprietaria dai capelli biondo ramato aveva rifiutato di riconoscere la presenza di lei all’arrivo, un rifiuto deciso, sorridendo e guardando solo verso Curt, avrebbe voluto dirgli quanto si era sentita insultata, peggio che mai perché non le era chiaro se alla donna non piacessero i neri o piacesse Curt. Ma non lo aveva fatto, perché lui le avrebbe risposto che stava esagerando, o che era stanca, o entrambe le cose. C’erano, semplicemente, dei momenti in cui lui vedeva e altri in cui non riusciva a vedere.

Americanah è un romanzo forte, come è forte Ifemelu. È denso, diretto, un pugno nello stomaco e allo stesso tempo è intimo, profondo, delicato. Tocca i tasti dolenti di chi ha lasciato la sua famiglia e la sua terra e si scontra con la realtà di un paese che non tende mai una mano, che se ne sta arroccato sulle sue certezze, sui suoi pregiudizi. È un romanzo brillante e mai banale, che parla senza paura di verità “scomode”, che spesso l’Occidente vorrebbe dimenticare e nascondere sotto il tappeto:

In America il razzismo esiste ancora, ma non ci sono più i razzisti. I razzisti sono cose del passato. I razzisti sono i bianchi cattivi dalle labbra strette che si vedono nei film sull’era dei diritti civili. Ecco il punto: il modo di manifestarsi del razzismo è cambiato, ma la lingua no. Se non hai linciato nessuno, non puoi essere chiamato razzista. Se non sei un mostro succhiasangue, non puoi essere chiamato razzista. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire che i razzisti non sono dei mostri. Sono persone con famiglie amorevoli, gente normale che paga le tasse. Bisognerebbe dare a qualcuno il compito di decidere chi è razzista e chi no. O forse è ora di rottamare la parola “razzista”. Di trovare qualcosa di nuovo. Come, ad esempio, “sindrome da disordine razziale”. E potremmo avere gradazioni diverse per chi ne soffre: lieve, media e acuta.

 


FONTI

C. N. Adichie, Americanah, Einaudi, 2014