Per chi non ne avesse ancora sentito parlare, cerchiamo di fare chiarezza sul significato di revenge porn. Letteralmente “porno vendetta”, si tratta di una forma di ricatto e di vendetta attraverso la pubblicazione e la diffusione di video o immagini sessualmente espliciti – quindi destinati a rimanere privati – senza il consenso della persona coinvolta.

A marzo in senato è iniziata la discussione della proposta  di introdurre il reato di revenge porn all’interno del disegno di legge “codice rosso” (ddl approvato lo scorso novembre con l’intento di velocizzare i procedimenti giudiziari per i casi di violenza sulle donne) Il 2 aprile la Camera ha votato sì all’emendamento con 461 favorevoli.

Le pene previste per i colpevoli vanno da 1 a 6 anni con l’aggiunta di una penale da 5 mila a 15 mila euro; 10 anni in caso di morte non voluta della persona offesa; 14 anni in caso di reato di sfregio al volto. La stessa pena è prevista anche per il coinvolgimento di un terzo che, avendo ricevuto i contenuti compromettenti, li abbia inviati e diffusi. L’autorità giudiziaria normalmente può procedere all’assegnazione della pena solo in seguito a querela presentata dalla persona offesa, che ha sei mesi di tempo per denunciare dopo la scoperta di avvenuta pubblicazione. E’ prevista un’aggravante qualora la persona coinvolta si trovi in una condizione di inferiorità fisica o psichica, o nel caso di una donna in gravidanza. Se la vittima è minore rientra nel reato di pedopornografia, per cui la pena è già prevista.

L’emendamento prevede un’aggravante anche per gli ex o per persone legate alla vittima da un rapporto affettivoAccade infatti spesso che ex mariti, amanti o fidanzati (per lo più uomini), alla fine di una storia sentimentale, per ingiustificabile rabbia o rancore, si vendichino pubblicando e diffondendo materiale compromettente, così da “distruggere” l’identità della persona con cui un tempo si era instaurato un rapporto di reciproca fiducia.

L’emergenza di quest’emendamento è data dalla nuova diffusissima tendenza di fare sexting, ovvero di inviarsi tramite smartphone foto o video sessualmente espliciti, oppure di filmare i momenti di intimità con il partner.

Il fenomeno riguarda soprattutto i giovanissimi. Recenti dati hanno registrato che un giovane su quattro ha inviato materiale compromettente al partner, tra questi, uno su sette è stato vittima di diffusione non autorizzata.

I più giovani sono maggiormente esposti al rischio non solo perché, da “nativi digitali”, si servono liberamente della tecnologia, ma anche e soprattutto perché, ancora insicuri della propria fisicità, tendono a ricercare un “riscontro” scattandosi foto e inviandole al partner.

In realtà quest’insicurezza riguarda molti di noi, ed è alla base della tendenza a scattarci e a pubblicare semplicissimi selfie sui social. I selfie, si sa, spesso non mostrano la nostra vera immagine, bensì quella che intendiamo rendere pubblica riprendendoci dal nostro lato migliore e in un giorno in cui ci piacciamo particolarmente. 

Da questo ad inviare un selfie osé al proprio fidanzato/a il passo è breve. Scattarsi una foto audace, in cui ci mostriamo attraenti cercando la sua approvazione, ci illude di riuscire a superare le insicurezze sulla nostra fisicità. Il problema è che in questo modo diffondiamo immagini deformate di noi stessi, che non rispettano la nostra vera bellezza e che un giorno potrebbero divenire oggetto di ritorsioni e causa di situazioni drammatiche quali il revenge porn.

La gravità del revenge porn è di gran lunga maggiore della diffamazione per ricatto e vendetta. Riguarda la violazione dell’intimità di coppia attraverso la strumentalizzazione del corpo e dell’intimità dell’ex. Pertanto, qualora l’interessato sia di sesso femminile, non è altro che una nuova forma di violenza sulle donne e di femminicidio, dal momento che la vittima offesa può giungere ad uno stato tale di disperazione da arrivare al suicidio.

È il caso di Tiziana Cantone, che il 13 dicembre 2016 si suicidò a soli 31 anni dopo aver invano tentato di eliminare foto e video inviate al partner su WhatsApp e poi diffusi su decine di siti porno. La madre, Teresa Giglio, ha lottato fino ad oggi senza mai arrendersi per cercare di restituire dignità alla figlia, oggi sente di avere ottenuto una piccola vittoria. Tuttavia la sua battaglia non è ancora terminata: lotta ancora per il riconoscimento del diritto all’oblio, cioè la cancellazione di questi contenuti, perché le immagini e i video di Tiziana, nonostante tutto, sono ancora presenti.

L’introduzione del reato è solo un piccolo passo in avanti verso il riconoscimento della pericolosità del fenomeno, ma non sufficiente. Occorrerebbe infatti rivolgersi a nuove e vecchie generazioni con un importante progetto di educazione volto non solo all’utilizzo più responsabile della tecnologia, ma anche ad una sessualità più consapevole e basata sul rispetto del proprio corpo e di quello del partner.

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