Il 9 aprile 1940 con un’operazione fulminea durata un solo giorno la Germania invase la Danimarca, una monarchia il cui governo decise di negoziare coi tedeschi la loro occupazione. Il re Cristiano X non scelse la via dell’esilio, ma neppure si mostrò come un fantoccio manipolabile da Hitler, pur compiendo una scelta di opportunità e realismo per proteggere il suo popolo da un’inutile resistenza armata. Hitler dal canto suo fu tollerante nei confronti del popolo danese. Probabilmente la ragione fu il suo folle progetto razziale di considerare quel popolo vichingo una razza ariana in grado di fraternizzare e fondersi con le truppe di invasione per far nascere una nuova generazione di tedeschi.

La parziale autonomia governativa fu negoziata con un tipo di collaborazionismo molto diverso da quello pienamente sottomesso della Francia di Vichy. Questa consentì alla Danimarca di attuare nel tempo una progressiva desistenza, come il rifiuto di introdurre nel 1942 le leggi anti ebraiche volute da Hitler. Il popolo danese, sostenuto dal proprio sovrano, intraprese una serie di azioni di resistenza passiva attraverso scioperi e sabotaggi con finalità anti tedesca. Cristiano X, inoltre, contrastò la persecuzione degli ebrei: innanzitutto rifiutandosi di renderli identificabili tramite l’obbligo di indossare il simbolo della stella gialla; inoltre, nel 1943 si oppose all’ordine di rastrellamento degli ebrei organizzando una fuga di massa dei circa ottomila ebrei danesi, che sfuggirono quasi totalmente alla cattura. Con la mobilitazione ed il contributo dell’intera società civile danese, gli ebrei furono tutti nascosti e successivamente imbarcati su pescherecci per essere trasportati nella vicina e neutrale Svezia.

Fu in questo modo che la “disobbedienza danese”, che operava col contributo di tutta la popolazione e del suo tessuto associativo, riuscì a compiere una delle più grandi azioni collettive di resistenza alla repressione in un paese occupato dalla Germania nazista. Inoltre, furono gli stessi danesi che nell’aprile del 1945 raggiunsero il campo di concentramento di Theresienstadt in Cecoslovacchia per riportare in patria i 423 ebrei vivi (gli unici ebrei fatti prigionieri) a conclusione dell’operazione di salvataggio di oltre il 95% di tutti gli ebrei danesi.

Nonostante la parziale autonomia amministrativa concessa al governo danese da parte degli occupanti, la popolazione non tenne mai un atteggiamento di passiva sottomissione nei confronti dei tedeschi. Una resistenza non-violenta e un anti-collaborazionismo attivo si diffusero da subito in modo massiccio tra tutta la popolazione. Il primo esempio venne rappresentato dalla fuga di gran parte della marina danese e dei suoi ufficiali in Svezia e dall’affondamento di tutta la fotta rimasta nei porti danesi. Successivamente la disobbedienza civile si manifestò soprattutto tra i lavoratori che attuavano continui scioperi di massa e sabotaggi nelle fabbriche destinate alla produzione di materiale bellico. Gli scioperi generali e i sabotaggi dell’agosto 1943 e del giugno 1944 minarono profondamente il morale dell’esercito tedesco e costrinsero i gerarchi nazisti a fare concessioni senza attuare repressioni.

Non mancarono anche atti eroici di resistenza civile da parte di piccoli gruppi organizzati e ampiamente sostenuti dalla popolazione. Uno di questi fu il Club Churchill, costituito da una decina di giovani ragazzi che sotto la guida del quindicenne Knud Pedersen compirono diverse azioni di sabotaggio ai danni della Wehrmacht (le Forze Armate tedesche di occupazione). Questi ragazzi  si spostavano con le loro biciclette e compivano atti di sabotaggio sempre più temerari, ma a livello pratico si limitavano ad incendiare i camion nazisti e ad assaltare treni per rubare armi e rifornimenti militari. Le loro azioni furono interrotte nel 1942.

Churchill Club

A seguito del tradimento di un collaborazionista danese infatti, i ragazzi vennero arrestati, condannati al carcere e messi in isolamento. Il loro esempio tuttavia provocò una diffusa protesta, aumentò il senso di ribellione nella popolazione danese e fece consolidare un atteggiamento di coraggiosa forma di resistenza popolare chiamata il “voltare le spalle”. Per i danesi si trattava di compiere semplici gesti di disobbedienza come far finta di non comprendere il tedesco, uscire dai negozi o luoghi pubblici in presenza di un soldato della Wehrmacht, camminare in gruppo a testa bassa verso una colonna di soldati nazisti per costringerla a deviare il percorso.

La partecipazione a questa forma di lotta passiva di massa fu guidata anche da un decalogo comportamentale che circolava clandestinamente e suggeriva di : 1) non andare a lavorare in Germania, 2) lavorare male per i tedeschi, 3) rallentare il lavoro, 4) distruggere macchine e strumenti di lavoro strategici, 5) distruggere tutto ciò che poteva essere di utilità e beneficio per i tedeschi, 6) ritardare i trasporti, 7) boicottare film e giornali tedeschi, 8) non acquistare loro beni o entrare nei loro negozi, 9) minacciare i possibili traditori e collaborazionisti di ritorsioni, 10) proteggere coloro che sono oppressi o a cui i tedeschi danno la caccia.

Durante gli anni di occupazione questo modello di lotta e disobbedienza civile divenne sempre più efficace. Si giunse infatti fino alla paralisi della produzione bellica del paese con scioperi generali e atteggiamenti non violenti, attuati con una solidarietà che di fatto rendeva vana ogni azione repressiva da parte delle forze tedesche. La forza di una consapevolezza sociale che si esprimeva attraversi questi mezzi di difesa non armata si dimostrarono efficaci nel mettere in difficoltà i metodi più brutali della violenza nazista, e di contrastare un avversario che disponeva di mezzi di repressione ampiamente superiori.

Il caso della Danimarca rimane tutt’oggi singolare perché coinvolse un’intera popolazione e diventò un punto di riferimento, sul piano storico europeo, di un modello di disobbedienza civile popolare non violenta e di difesa alternativa a quella militare. Su questo esempio, alcuni teorici, intellettuali e filosofi come Hannah Arendt, John Rawls o Giuliano Pontara hanno espresso nei loro scritti il potenziale eversivo dei comportamenti dissenzienti della disobbedienza civile di un popolo di fronte ad una oppressione o un’ingiusta imposizione.

La Arendt nel suo saggio La disobbedienza civile, del 1970, ha teorizzato l’atto di disobbedienza civile come legittimo strumento ad uso dei cittadini. Esso andrebbe messo in atto nel momento in cui le proprie richieste di infrazione alla legge non venissero ascoltate e l’attivazione dei normali meccanismi di un cambiamento non avesse alcun effetto. Rawls, come teorico di una a società giusta e democratica, nel suo libro Una teoria della giustizia del 1971, espone una teoria della disobbedienza civile intesa come atto di coscienza. In quanto espressione di una profonda convinzione pubblica e non violenta, di contrarietà alla legge, avrebbe lo scopo di produrre un cambiamento e assumerebbe le forme di un appello pubblico e politico. Pontara esprime la sua idea di disobbedienza civile nel saggio del 1996, Guerre, disobbedienza civile non violenza. Essa consisterebbe nella trasgressione intenzionale e selettiva in forme pacifiche e pubbliche di leggi, motivata da ragioni morali o politiche . Egli pone così di fatto la disobbedienza civile tra le tecniche collettive della non violenza.

 

 

 

FONTI:

Jeremy Bennet, La resistenza contro l’occupazione tedesca in Danimarca, Edizioni del movimento nonviolento, Perugia, 1979.

Phillip Hoose, The boys who challenged Hitler: Knud Pedersen and the Churchill Club, Farrar Straus & Giroux, 2015.

Bo Lidegaard, Il popolo che disse no, trad. di D. Maugeri, Garzanti, Milano, 2014.

Hannah Arendt, La disobbedienza civile, trad. V. Abaterusso, Chiarelettere, Milano, 2017.

John Rawls, Una teoria della giustizia, trad. U. Santini, Feltrinelli, Milano, 2009.

Giuliano Pontara, Guerre, Disobbedienza civile, Nonviolenza, EGA, Torino, 1996.