Una notizia sta scuotendo il mondo ambientalista, rimbalzando sui mass media e sulla Rete: per le attività dell’uomo gli elefanti si stanno modificando geneticamente. Uno studio condotto da Joyce Poole, dell’associazione Elephant Voices, proverebbe che a causa delle violente attività di caccia praticate in Africa, che vedono gli elefanti vittime del commercio di avorio, negli ultimi 30 anni un numero sempre maggiore di questi animali nasce privo di zanne. Dopo l’ambiente ora l’uomo sta modificando anche l’evoluzione animale?

A leggere i principali mezzi di comunicazione sembrerebbe proprio così. Quotidiano.net la definisce una “evoluzione contro i bracconieri”. E Giornalettismo non ha dubbi: “Gli elefanti stanno nascendo senza zanne e la colpa è degli uomini”. MeteoWeb arriva a dire che “alla piaga del bracconaggio Madre Natura risponde con l’arma dell’evoluzione: gli elefanti africani ora nascono senza zanne”. Si potrebbe replicare che in questi casi siamo di fronte a una chiara progressione inversa di attendibilità della fonte, ma la sostanza è uguale anche nei più blasonati Corriere della Sera, Ansa, Repubblica, Giornale e molti altri: anche se lo stratagemma del condizionale e delle domande retoriche lo rende meno evidente traspare sempre in filigrana una concezione simile a quella ben espressa in apertura di articolo da Giornalettismo:

Evoluzione e sopravvivenza vanno a braccetto. Gli animali si adattano al clima che diventa più freddo, sviluppano anticorpi contro nuove malattie, cambiano colore del pelo per mimetizzarsi. Generalmente è un fenomeno positivo, ma l’evoluzione che stanno vivendo gli elefanti di diverse parti del mondo tutto sembra tranne che felice. Sempre più esemplari stanno infatti nascendo prive di zanne, ed è solo colpa dei bracconieri.

In queste righe troviamo efficacemente sintetizzata la comprensione che il giornalista collettivo, da simili articoli, sembra avere dell’evoluzione. Il problema è che non ha nulla a che fare con l’evoluzione darwiniana. Piuttosto pare di essere ritornati alle teorie evolutive pre-darwiniane di Jean Baptiste Lamarck, che era convinto che i cambiamenti delle specie fossero adattativi, cioè avessero come scopo di aumentare le probabilità di sopravvivenza degli individui nell’ambiente. Celebre è l’esempio delle giraffe, che avrebbero visto sviluppare il proprio collo per la necessità di nutrirsi delle foglie degli alberi e questo adattamento migliorativo, di successo, l’avrebbero poi trasmesso ai loro discendenti. Il problema è che il darwinismo ortodosso vuole essere una risposta critica a una simile concezione dell’evoluzione. Dopo Darwin nell’evoluzione non c’è nessun fine, la variabilità genetica è solo frutto di casualità – questa è la vera rivoluzione apportata da Darwin (che ha comunque portato con sé la problematicità dell’adozione in ambito scientifico di inadeguate categorie filosofiche e storiche) – e non ha minimamente connotati di positività:

Ogni popolazione mostra al proprio interno una notevole variabilità dei caratteri. Alcune caratteristiche si rivelano più favorevoli di altre, in quanto permettono all’individuo che le possiede di adattarsi all’ambiente e di sfruttare meglio le risorse naturali che ha a disposizione. Il diverso adattamento all’ambiente naturale dei membri di una popolazione si traduce in un successo riproduttivo differenziato. Il successo riproduttivo diversificato costituisce la selezione naturale, ritenuta da Darwin il meccanismo che sta alla base dell’evoluzione. Le caratteristiche favorevoli che hanno permesso agli individui di una popolazione un miglior adattamento all’ambiente sono caratteri ereditabili, cioè vengono trasmessi alla prole.

In questo senso è inappropriato anche individuare un rapporto di causa-effetto, come molti giornali hanno fatto, tra comparsa di elefanti senza zanne e attività dei bracconieri, a meno che non lo si intenda come fattore che ha rinforzato una casuale mutazione genetica che ha poi permesso a chi ne è portatore maggiore successo riproduttivo in concomitanza con le attività dell’uomo nell’ambiente.

Ancora una volta i mass media hanno perso l’occasione per parlare seriamente di scienza, facendosi anzi latori di pseudoscienze allarmistiche che deformano importanti studi che meritano tutt’altra attenzione e che si possono anche pacatamente criticare, come è stato anche fatto in rari, lodevoli casi.

 

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