Il soldato 560 è immensamente fortunato. Sebbene sia in un paese estremo e lontano dalla sua terra natia, è dispensato dal fronte e dalle fatiche della milizia attiva. Alloggia comodamente con il padre, Victor Tardieu«in una casa che sembra abitata da vent’anni e che aspettava di vedermi sedere ai suoi tavoli, sdraiarmi sui suoi divani […] in un contesto che mi è parso tanto famigliare quanto il nostro appartamento di Parigi!» -, ed è segretario dello Stato Maggiore. Può godere degli interlocutori più raffinati presenti nella colonia francese e partecipare alla messa in scena di pièce che nulla hanno di raffazzonato o dilettantistico. Così infatti viene descritto Le Testament du père Leleu, spettacolo farsesco di Roger Martin du Gard, citato appena dopo l’incipit: «Ben lungi dall’essere perfetto, non aveva nulla di mediocre».

Insomma, il soldato 560, alias Jean Tardieu, può vivere. E vivere non significa soltanto guardarsi intorno, meravigliarsi della stranezza e dell’ambiguità di una natura cui non ci si è ancora abituati e intrattenere rapporti sociali con gli altri coloni. Soprattutto, significa scrivere. Ed è il pretesto di una lettera al suo affezionato mentore, proprio il Roger Martin du Gard autore della pièce citata poc’anzi, che dà inizio a questo brevissimo seppur intenso diario, in cui però è sempre presente come forza viva e bruciante l’affetto che lega il mittente al destinatario, il maestro al discepolo.

hanoiLa scrittura del giovane poeta è fortemente lirica, anche se il registro è quello sciolto e schietto della prosa. Lo è anche nelle occasioni più prosaiche, per esempio quando riflette con disappunto sull’instabilità climatica tipica delle terre vietnamite, distinguendo e classificando gli uomini non sulla base dell’etnia o dello status sociale, quanto in riferimento alle condizioni meteorologiche che essi prediligono e in cui hanno l’opportunità di dare il meglio di sé. Ma, al di là di questi accenni più tenui, il vero tema di questa lunga lettera, che si articola in maniera sotterranea e affiora in improvvise e acute riflessioni, è quello del rapporto tra dominatori e dominati, tra la popolazione annamita e i colonizzatori francesi.

Per Tardieu, infatti, vivere in Vietnam è anche un’opportunità di esplorare i meccanismi tramite cui chi detiene il potere e chi al potere è assoggettato interagiscono tra loro. Questi meccanismi non si realizzano soltanto in una situazione prettamente coloniale, ma sono propri della stessa società francese:

Tutto quello che, agli occhi di un parigino non ‘governante’ ma ‘governato’, resta di fatto occulto, nascosto e misterioso, qui può essere letto apertamente come esposto su un tavolo operatorio.

Eppure, al tempo stesso, Tardieu non può non prendere atto che:

Per godere, senza secondi fini, della contemplazione di questa macchina in vitro, bisognerebbe poter dimenticare che il gioco funziona a scapito di un immenso popolo che lo sopporta senza ammetterlo, con entusiasmo, e sembra nutrire, sordamente, dietro un’accondiscendenza annoiata, la tenace speranza, paziente, quasi misteriosa, di vedere un giorno questo bel giochino saltare in aria!

Ciò che Tardieu critica aspramente non è soltanto l’imperialismo, ma anche il metodo di colonizzazione adoperato dai francesi. Essi, infatti, a differenza degli inglesi, che avevano instaurato nelle loro colonie il cosiddetto ”dominio indiretto” – cioè senza occuparlo materialmente ma concedendo una sorta di indipendenza formale –, avevano instaurato nelle loro colonie il metodo di dominio della centralizzazione amministrativa e dell’assimilazione culturale: le funzioni di governo infatti erano unicamente assolte da francesi e l’obiettivo primario, che costituiva anche la giustificazione sul piano morale della colonizzazione, era quello di civilizzare la popolazione dominata.

Questo obiettivo, però, i francesi non lo raggiungeranno mai. Tardieu lo sa, e descrive la popolazione annamita come un’umanità senza particolari individuali o caratteristiche peculiari, ma non perché la consideri inferiore o mediocre. Semplicemente, perché sa di non conoscerla, e di non poterla nemmeno scoprire se non attraverso un qualche tipo di mediazione, perché

restano perennemente celati in fondo a loro stessi, e quella cortesia estrema, quella esagerata deferenza, terribilmente imbarazzante, che mostrano nei confronti dei francesi serve solo, ne sono certo, a tenersi ancora più distanti da noi. Credo non vi sia nulla da fare: non ha forse ogni popolo la tendenza a pensare un altro popolo facendosene un’idea generica, sintetica, rapida, generalmente falsa, senza pensare minimamente alle differenze considerevoli che possono esistere tra i diversi gruppi e in quello stesso popolo?

Se si parla di «idea generica», non può non venire in mente l’opera di Edward Said, il suo celebre saggio Orientalismo. Said rifletteva soprattutto in riferimento alle discipline letterarie e accademiche, parlava del curioso atteggiamento degli studiosi di ogni tempo, i quali, benché dal punto di vista ontologico lo studio di qualcosa, qualsiasi cosa, sia naturalmente portato alla specializzazione continua, nei confronti delle materie orientali erano soliti adottare un imperdonabile atteggiamento di generalizzazione, al fine di ridurre un’umanità variegata e complessa a qualche figura stilizzata e priva di vitalità.

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Jean Tardieu

Alla luce di queste considerazioni, appare amaramente ironico il fatto che il dominatore accusi l’oppresso di generalizzazione, seppure, in altri passi del diario, venga ammesso che questo atteggiamento di chiusura altro non può rispondere che a un profondo istinto di protezione. Al tempo stesso, non sembra forzato accostare le umanità tratteggiate da Tardieu con i dominati e gli oppressori di oggi. Lo stesso Occidente, in fondo, non ha mai cessato di considerare qualunque cosa esuli dai suoi confini umani come diversa e inferiore. Le minoranze che, una volta, ci vantavamo di accogliere, che esibivamo come fiore all’occhiello di una civiltà multiculturale e avanzata, per la maggior parte in realtà sono rimaste isolate, distanti, discriminate, opponendo la stessa indifferenza, la stessa vuota cortesia. E quella distanza ora viene pagata, da ambo le parti, con atti di sanguinario terrore.

Per questo, leggere Hanoi oggi non significa soltanto godere della poesia di una natura affascinante e pervasiva, tratteggiata con inusitata delicatezza e profondità di sguardo; significa riflettere sull’errore che noi, in quanto società occidentale, continuiamo a commettere impunemente e senza remore da centinaia di anni: credere che la nostra cultura sia quanto di meglio l’umanità abbia mai potuto concepire ed escludere dal discorso il piccolo, trascurabile dettaglio che non c’è e non può esserci vita senza lo scambio con il diverso da sé, senza l’arricchimento proveniente dall’esterno.

E se Tardieu ribadiva la necessità di «distinguere nettamente […] questi due mondi, [poiché] la loro mescolanza non offre nulla al pensiero se non squilibrio, precarietà, cacofonia», è necessario specificare che la cacofonia, la precarietà, lo squilibrio non sono prodotti dal confronto, ma dal tentativo da parte di uno dei due mondi di annichilire la sostanza vitale dell’altro. È solo con lo scambio che si attua una vera evoluzione e dunque un’accettazione reciproca. E può esserci scambio soltanto se partiamo dal presupposto che ogni civiltà ha la sua identità unica e irripetibile; e che questa identità ha una dignità esattamente pari alla nostra.

 


FONTI

J. Tardieu, Hanoi. Lettera a Roger Martin du Gard, Lemma Press, 2017

E. Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2016

Treccani