L’8 marzo si sa, è la Giornata Internazionale della donna. Quasi ogni marito, amico, fratello, genitore regala una mimosa alla propria compagna, sorella, amica in segno di riconoscimento, affetto e rispetto per tutto ciò che le donne rappresentano. Quest’anno, però, durante la giornata, tutte le donne avranno il diritto di ricevere una mimosa e il dovere di partecipare allo sciopero indetto a livello internazionale, sostenuto e promosso dal movimento femminista Non Una di Meno, nato l’8 ottobre 2016, sul modello di un’associazione argentina Ni Una Menos. Tra i quaranta paesi aderenti nel mondo, anche l’Italia – grazie al supporto di gruppi sindacalisti che combattono la violenza sulle donne – schiererà le sue donne nelle piazze e nelle strade per rispondere ad un unico grido di dolore: “Non Una di Meno”.

Lo sciopero globale femminista avrà luogo in Piazza Caricamento a Genova e ciò da cui le attiviste intendono scioperare abbraccia ogni momento della vita quotidiana di una donna, ma anche ogni aspetto della propria vita influenzato e sfavorito solo per la “colpa” di essere femmina. L’8 marzo ogni donna dovrà astenersi da qualsiasi attività lavorativa retribuita e non, quindi lavori domestici e cura della casa compresi. Si sciopera dal consumismo, dall’abuso di ogni risorsa che la natura ci offre e dalla produzione smodata priva di regole. Si sciopera contro gli abusi sessuali, di genere, praticati sui posti di lavoro; si sciopera contro la discriminazione a trecentosessanta gradi, quindi parliamo di discriminazione nella retribuzione percepita, discriminazione nelle università – pensiamo al favore che il professore accorda alla bella ragazza, se in cambio è disposta a concedersi – e discriminazione all’interno dell’Istituto ecclesiastico, le suore, infatti, non possono celebrare la Messa perché donne.

Si sciopera, dunque, contro ogni difficoltà che una donna deve affrontare durante la propria vita per riuscire a rimanere al passo con il mondo maschile. Una ragazza inizia a subire un processo di discriminazione già all’Università; quante volte infatti nel bel mezzo di un dibattito tra studenti, al giudizio di una ragazza viene dato il giusto ascolto? Dopo l’università si aprono le porte del mondo del lavoro e la vera lotta inizia con la firma del contratto, da cui appare chiaro che le condizioni e la retribuzione saranno inevitabilmente impari. È stato stimato dai dati di Non Una di Meno che il salario di una donna è inferiore rispetto a quello maschile tra il 20% e il 40%. Quando arriva il primo figlio le cose si complicano oltre misura: decurtazione salariale, quando va bene, abbandono del posto di lavoro, quando va male. In passato lo stato dava un incentivo alle famiglie che mettevano al mondo figli, ora, forse perché siamo un po’ troppi, dobbiamo pagare e pregare per avere un pargoletto.

L’8 marzo le donne di tutto il mondo devono scioperare contro la subordinazione maschile, contro la violenza fisica e morale che ogni anno uccide 200 donne italiane, contro la dipendenza economica dal marito, contro le infinite e complicate procedure per trovare un ospedale o un dottore che sia disposto a praticare l’aborto. Il primo giorno di marzo sui giornali è apparsa la notizia di una bambina argentina che è stata costretta a mettere al mondo un bimbo di soli 660 grammi, perché – seppur la legge argentina preveda la possibilità di abortire in caso di stupro – la legge le ha impedito di abortire perché pesava più di 50 chilogrammi, quindi giudicata adatta per mettere al mondo un figlio. In Argentina, basta essere relativamente robuste per essere considerate idonee a sopportare il peso di una gravidanza, l’età è solo un dato anagrafico.

La Giornata Internazionale della donna non è solamente una celebrazione indetta per riaffermare ogni anno il valore delle donne, è anche e soprattutto un’occasione per far valere il ruolo femminile nella società, per dire una volta per tutte Basta! di fronte al singolo abuso sia a livello privato che pubblico. L’8 marzo deve essere celebrata la libertà personale di ogni singola donna che nell’arco della propria vita si vede costretta a piegare i propri sentimenti, i propri pensieri, le proprie qualità sotto la morsa di una società ancora troppo maschilista e patriarcale. L’8 marzo le donne devono scendere in piazza “per ribadire che contro la violenza patriarcale e razzista lo sciopero femminista è la risposta!”