Nel febbraio del 1945 moriva a 15 anni, nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, Anne Frank. Cosa differenzia la morte di questa ragazzina ebrea dai milioni di altri adolescenti che sono stati strappati dalle loro vite, deportati, torturati, trucidati e dispersi nel vento?

Si tratta di una testimonianza diretta lasciata sulle pagine di un diario scritto nei suoi due anni di segregazione nell’alloggio segreto di una casa di Amsterdam e custodito da un’amica di famiglia, dopo l’irruzione della Gestapo nella casa il 4 agosto del 1944 a seguito di una segnalazione anonima. Non è, quindi, la testimonianza diretta dei crimini dell’olocausto o dell’esperienza di un campo di concentramento, ma la visione ridotta nella libertà di agire di una giovane ragazza e dei suoi primi pensieri e turbamenti ingabbiati nella prigionia. Tuttavia, ci fu nella volontà di scrivere i suoi diari anche la decisione di volerli pubblicare dopo la guerra. Infatti, Anne fu ispirata da un discorso ascoltato alla radio del ministro dell’educazione olandese in esilio, in cui affermava che tutte le testimonianze delle sofferenze del popolo olandese durante l’occupazione tedesca avrebbero dovuto essere pubblicate. Da elemento intimistico il diario di Anne si trasforma quindi nell’intenzione di testimonianza, espressa dalla stessa Anne nella decisione scritta di voler pubblicare il suo libro con lo pseudonimo di Anne Robin.

I milioni di copie del diario, pubblicate e lette in ogni parte del mondo, rappresentano principalmente la volontà di cogliere il simbolo di un’esistenza spezzata nella sua elementare libertà di espressione e di una inappellabile condanna di questo crimine capitale. Ancora prima della Shoah, della soluzione finale e dei genocidi nazisti, il diario rappresenta la testimonianza della perdita della libertà e della dignità umana nelle sue forme più umilianti e scellerate. Prima ancora di essere costretta all’isolamento, Anne ha perduto il suo mondo di normale essere umano. Come tanti suoi coetanei che persero il diritto alla frequentazione della scuola e dei luoghi pubblici, cinema, biblioteche, ospedali, dentro un sistematico e perverso meccanismo di isolamento.

Ogni inizio di un genocidio affonda la sua radice nella diversità e nel marcare la differenza che si esprime nel nome della cultura, della religione, della proprietà, dei caratteri somatici degli individui, del potere politico, economico e ideologico e di innumerevoli altri valori di predominio di cui è impregnata la storia umana. Valori come la superiorità moralista o le false verità pseudoscientifiche che sono servite a distruggere la dignità di popoli e milioni di individui in ogni parte del mondo. Nel solo XX secolo, oltre agli ebrei (6 milioni di morti) si contano gli efferati e spesso dimenticati genocidi degli Armeni (1.5 milioni), degli Ucraini (5 milioni), dell’olocausto dei Rom, Sinti, omosessuali e disabili (10 milioni), fino ai recenti orrori della Cambogia (2 milioni), del Ruanda (1 milione), della Bosnia (200 mila) e del Darfur (400 mila). Vittime private della libertà prima ancora del loro diritto elementare di esistere.

Per questo motivo leggere il diario della Frank significa attingere alla radice più profonda di una dignità negata e violata nei suoi fondamentali diritti. Da questa radice che può smuovere le nostre coscienze si può ritrovare la nuova linfa di riscatto per la dignità umana che non può mai essere soppressa anche quando si presenta sotto forme diverse da quelle a cui la cultura dominante ci abitua.

Da questo punto di vista si può condurre anche il confronto con il negazionismo di chi sostiene la falsità del diario della Frank e persino dell’olocausto del popolo ebraico. Uno dei più accaniti negazionisti, Robert Faurisson, saggista francese, ha tenacemente sostenuto la tesi di una menzogna storica del genocidio ed ha speso la sua vita per dimostrare “l’inganno delle camere a gas”. Faurisson ha inoltre dichiarato che il diario della Frank è un falso documento, frutto di rimaneggiamenti successivi al ritrovamento dei fogli del diario da parte del padre di Anne, Otto Frank. Tuttavia, il tema della veridicità del diario, affrontato da Faurisson con un taglio volutamente scientifico e approfondito, non ne cancella l’essenza e la potenza narrativa di una libertà negata che si eleva a simbolo di qualunque altra reale analogia di esperienza vissuta e non raccontata.

Il diario è stato nel contempo oggetto di molti attacchi, critiche e polemiche su fronti diversi come quella della scrittrice americana di origine ebraica Cynthia Ozick che nel suo Pamphlet, Di chi è Anne Frank?, contesta la visione edulcorata e distorta del diario ridotto a messaggio consolatorio. Per la Ozick, la forza del diario e il suo potente messaggio è stato tradito e trasformato in una sdolcinata storia sentimentale, come scrive nel suo libro: «La storia di Anne Frank è stata censurata, tramutata, tradotta, ridotta; è stata resa infantile, americana, uniforme, sentimentale; è stata falsificata, volgarizzata e, di fatto, spudoratamente e arrogantemente negata». Una mistificazione letteraria che, secondo la Ozick, fa leva su frasi scritte da Anne nel diario come: «nonostante tutto, credo nell’intima bontà dell’uomo». Una dichiarazione strumentalizzata per annacquare e diluire il senso degli eventi e la verità finale dell’atroce epilogo dell’esistenza di Anne, morta di tifo e dopo mesi di privazioni in condizioni disumane dentro un campo di sterminio.

Come tutti i simboli anche quello della Frank rischia però di trasformarsi in uno stereotipo che può diventare oggetto di banalizzazione o persino di derisione, come recentemente accaduto in uno stadio romano in cui Anne è apparsa sulle magliette dei tifosi ultras ed esibita come elemento di scherno per la squadra avversaria. Una deriva antisemita che è sempre in agguato ed ha necessità di essere continuamente contrastata coi simboli e con la memoria di quello che è accaduto da trasmettere alle nuove generazioni, nei suoi valori e diritti umani ancor prima che narrativi.

Oggi forse ci sembra impensabile che eventi di una tale portata storica e criminale possano riaccadere nel mondo occidentale, ma è imperdonabile spendere energie per cercare di trovare la via per negare il passato, anche se questo può essere indicibile o impensabile alla nostra ragione. La tentazione è sempre quella della rimozione, di non parlarne e di relegare ad altri la testimonianza per quello che dovrebbe invece essere il motivo per mantenerci vigili. È da questi elementi che ci riporta la memoria, provocatori e difficili da metabolizzare, che può esistere ancora un atteggiamento di confronto con la diversità e in cui il simbolismo del diario di Anne, come esempio, fa riferimento a quella profonda radice da cui parte ogni dignità e libertà soppressa. Una provocazione che richiama ogni voce, scritto, appello e testimonianza contro tutte le forme di intolleranza e per cui la sua lettura, oggi, prende ancora senso.

«La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta».     Dal diario di Anne Frank


Fonti:

Anne Frank, Diario, trad. di L. Pignatti, Einaudi, Torino, 1993.

Robert Faurisson, articolo “Il diario di Anna Frank è autentico?” del 30 agosto 1978 pubblicato sulla rivista Etudes Revisionistes

Cynthia Ozick, Di chi è Anne Frank?, trad. C.spaziani, La nave di Teseo, Milano 2019