A quasi vent’anni dalla sua morte, Fabrizio De André non smette (e probabilmente non smetterà mai) di emozionare con la sua musica e di far riflettere attraverso le sue parole. E’ incredibile come molte tematiche, presenti in modo ingente nei suoi testi, siano ad oggi di straordinaria presenza: basti pensare ai numerosi scritti che trattano delle storie di emarginati sociali (quindi prostitute, omosessuali…). E tra questi testi, sicuramente, spicca Andrea.

Copertina dell’album “Rimini”

Andrea fa parte di Rimini, album pubblicato nel 1978, ed è una delle prime canzoni italiane ad affrontare il tema dell’omosessualità, oltre a rappresentare uno degli esemplari più significativi della musica antimilitarista (assieme a La guerra di Piero).

La canzone parla di Andrea e del suo amore, un amore che si è trasformato in dolore a causa della morte dell’altro: infatti il testo tratta proprio della lettera ricevuta da Andrea, firmata dal re d’Italia, che annuncia il decesso dell’amato nella trincea triestina:

C’era scritto sul foglio ch’era morto sulla bandiera
C’era scritto e la firma era d’oro: era firma di re.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.

(ambientazione della canzone, quindi, nella Prima Guerra Mondiale). Per tutto il resto del testo è al centro proprio il dolore di Andrea, poiché l’amore si è trasformato in dolore

Andrea aveva un amore, riccioli neri

Andrea aveva un dolore, riccioli neri

e poiché Andrea ha perso “la perla più rara” (e da qui, si potrebbe dedurre quindi che si trattasse di un amore ricambiato), il dolore del giovane è tale da culminare nel suicidio in un pozzo, l’unico modo che gli rimane per dimenticare quei riccioli neri e per scampare ai ricordi che lo perseguitano:

Il secchio gli disse: signore, il pozzo è profondo più fondo del fondo degli occhi della notte del pianto.
Lui disse: mi basta, mi basta che sia più profondo di me.

Va sottolineato come l’amore descritto da De André sia un amore “velatamente” omosessuale: infatti, nonostante sia facilmente deducibile che si tratti di due uomini, ciò non è esplicitato in modo chiaro, ad esempio attraverso il nome dell’altro giovane, e si comprende unicamente dall’utilizzo di sostantivi e aggettivi maschili.

Però bisogna specificare anche che il cantautore non lo ha tenuto nascosto e, anzi, durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano il 19 dicembre 1992, De André ha introdotto la canzone con questa breve presentazione:

Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i “figli della luna”; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene.
Frasi del genere sono incredibilmente potenti, se si considera che ancora adesso si vive, purtroppo, in un clima di chiusura e di non accettazione del diverso, in cui si è spinti a vergognarsi di ciò che si è. Stupisce incredibilmente che un breve discorso come questo sia ancora utile da citare nel 2018, a distanza di più di venticinque anni, in un momento storico in cui non si dovrebbe più avere timore di affermare con sicurezza e senza vergogna il proprio orientamento sessuale (così come anche la propria identità di genere).
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