09:10 am
20 settembre 2018

Riflessioni di viaggio alla scoperta degli Stati Uniti d’America

Riflessioni di viaggio alla scoperta degli Stati Uniti d’America

Atterrare sul suolo Americano è un po’ come ritrovare dopo vent’anni il genitore biologico che ti ha rifiutato da bambina; sei cresciuta altrove e con altre abitudini, eppure per qualche strana morfologia dell’animo, o forse come conseguenza di una sindrome cronica dell’abbandono, cerchi disperatamente di ritrovare le perdute origini, che però non vogliono affatto ritrovare te. Paragonare gli Stati Uniti a un genitore biologico non è poi così bizzarro; benché dall’altra parte del mondo, l’America, quella terra storica di libertà e di democrazia, ha cullato le nuove generazioni in modo viscerale, nutrendole di narrazioni cinematografiche e serie tv, innervando i media di maggior impatto con i suoi valori e il suo stile di vita. Perciò, dopo ottomila ore di volo percepite e altrettante perse per scali in giro per l’Europa, quando finalmente si atterra, ci si sente un po’ come tornare a casa dopo secoli.

Ma la casa, il genitore che è l’America, non ti vuole. Lo chiariscono fin dall’inizio gli agenti di frontiera, squadrandoti dall’alto in basso; vogliono impronte digitali, foto del volto completamente scoperto. Il tutto verrà depositato in un database permanente, per evitare che individui sospetti oltrepassino la dogana con documenti falsi. Le domande degli impiegati sono scomode, scagliate addosso come uno spray urticante. Il loro sguardo è diffidente, il tono tutt’altro che gentile:  

– perché sei in Irlanda? Da quanto tempo sei in Irlanda? (luogo dell’ultimo scalo ndr.)
– qual è il tuo lavoro?
– come ti sei pagata il viaggio?
– quanti soldi hai nel portafoglio? Euro o dollari?
– quanto tempo rimani? Biglietti del ritorno, prego.
– perché vai in America?
– quante valigie hai?
[- … 1315.
– Che?
– I peli del mio culo.]

La prima cosa che si nota avanzando timidamente i primi passi nel Rhode Island, nella regione del New England, è la presenza pervasiva di grandi catene di commercio, soprattutto per quanto riguarda il settore della ristorazione. Se per noi italiani la partita si gioca per lo più tra Mc Donald e Burger King, negli Stati Uniti vi sono decine e decine di catene di fast food: Wendys, Popeyes, Dunkin’ Donuts, Kfc sono solo alcuni dei nomi. Ci sono pure imprese industriali per i pretzel, impasti di farina fritti nel burro tipici delle comunità Amish.

L’estrema commercializzazione della vita è evidente anche nelle istituzioni culturali e ospedaliere. Se hai i soldi puoi studiare e puoi curarti, e d’altra parte i giovani americani sono abituati a cominciare la loro vita adulta con pesantissimi debiti da pagare (prestiti per frequentare il college, conti da saldare per cure mediche etc).

Il risultato di questa massiccia privatizzazione è senza dubbio un servizio rapido ed efficiente: per esempio, il campus universitario di Brown, situato a Providence, è composto da edifici ultramoderni e perfettamente conservati, in cui viene dedicato molto spazio agli studenti e alla loro creatività: vengono organizzate mostre per giovani talenti artistici, incontri a base di pizza e cookies per parlare di tematiche di genere e corsi teatrali per stimolare le capacità relazionali e intellettuali. Dall’altro lato, le strutture ospedaliere si presentano quasi come un albergo a cinque stelle, in cui l’attesa al pronto soccorso è pari a zero e gli agenti di sicurezza provvedono a controllare chiunque entri nel complesso munendolo di un pratico badge adesivo, con tanto di foto, nome e cognome. Le visite e gli esami vengono svolti in tempi brevi e non ci si deve procurare un esaurimento nervoso per parlare con la segreteria di un centro medico.

Interno della State Hall del Rhode Island. Da sinistra, sopra i quattro pilastri che sorreggono la cupola sono rappresentati il commercio, educazione, giustizia, letteratura.

L’estrema importanza del commercio sembra essere ribadita anche dagli affreschi sulla cupola della State House di questo piccolo stato, che rappresentano i quattro principi cardini su cui è basata la convivenza civile del paese: giustizia, letteratura, educazione e commercio. Questa rappresentazione potrebbe essere eletta a simbolo di tutti gli Stati Uniti, per quanto le leggi varino in base ai diversi governi statali.

È lecito chiedersi però che cosa succede quando i soldi non ci sono. La risposta è molto facile, la si vede negli scorci più sordidi delle strade: non sei niente. Si sopravvive trascinando carrelli della spesa e chiedendo sigarette ai passanti. Ma sarebbe scorretto affermare che in Europa queste cose non esistano. La differenza è semplicemente che negli Stati Uniti è tutto più grande: le porzioni di cibo, i grattacieli e la potenza visiva della contraddizione ingenita a una società occidentale che esalta la sua ricchezza e dimentica l’esistenza della sua povertà.

L’impressione viene confermata dalle trasferte nei giorni successivi: specialmente quella di New York, la capitale ideale del sogno americano e delle sue rappresentazioni cinematografiche. Dopo aver sognato la sensazionale vertigine dei suoi grattacieli guardando la Manhattan di Woody Allen, quasi quasi ci si sente in ansia. La paura è che non sia come l’hanno sempre riprodotta nei film e nei racconti di viaggio, che i colossi di millemila piani non siano così alti, che gli arbusti di Central Park non siano così suggestivi come vengono dipinti dagli artisti e soprattutto che gli hot dog spacciati in massa ai chioschetti lungo le strade facciano venire il voltastomaco.

Paure infondate: New York supera ogni aspettativa, ed è grandiosa sotto la luce del sole, grandiosa e arrogante come probabilmente è sempre stata. Eppure le immagini dei grattacieli sterminati che circuiscono il visitatore galoppando a tutta velocità, lo stridere del traffico cittadino con i muratori che cementano le strade e gli agenti di polizia che spartiscono il traffico rendono inquieti, e in particolare due luoghi specifici incrementano il turbamento e inducono a percepire quello schermo di apparenza ciclopico sempre più come artificioso e in certa misura ipocrita.

National September 11 Memorial

Il primo è il National September 11 Memorial, in onore dei morti dell’attentato alle Torri Gemelle. Due grandi piscine nere e quadrate sono collocate esattamente nei punti dove una volta sorgevano le due imponenti costruzioni. Il loro perimetro è traforato da miriadi di piccoli condotti che cacciano acqua ininterrottamente, scagliandola nel vuoto. C’è un altro buco quadrangolare nella piscina, perfettamente al centro, e fa pensare a una sorta di abisso artificiale senza fondo in cui il pericolo di sprofondare è reale e tangibile. Oltre il bordo, lastre nere ospitano le incisioni dorate dei nomi dei caduti. Nonostante la calura e la folla che spintona e commenta, lo scrosciare di quell’acqua è agghiacciante. Eppure non si può fare a meno di ricordare i milioni di dollari spesi per un monumento che vuole essere un inno alla vita, e che ribadisce soltanto il potere assoluto del denaro.

Il secondo è Times Square, la reificazione più completa del capitalismo imperante; qui gli occhi del viaggiatore cadono inevitabilmente preda di una trappola dorata e scintillante, dominata dall’assalto selvaggio di giganteschi cartelloni video pubblicitari e insegne luminose a intermittenza. L’unico scopo sembra essere quello di ipnotizzare la folla di persone che vi si accalcano dentro, di constringerle a unirsi in una massa compatta e paventosa legata da bisogni effimeri e tuttavia urgenti.

Times Square

Il genitore biologico che ci ha abbandonato non ha dimenticato la mitologia costitutiva della sua identità, ma la sua esaltazione si è svuotata ancor più di significato. Gli USA da molto tempo non sono più il luogo delle opportunità di riscatto sociale e umano. Il sogno americano però viene ancora proclamato a gran voce dalle narrazioni e dalle immagini, da una commercializzazione volta a far credere al consumatore che l’unico sogno possibile sia quello spendibile in transazioni finanziarie. Chi non ha i soldi non ha il potere e viene drasticamente escluso, e ciò avviene non soltanto a livello interno; l’esclusione parte da quelle politiche che guardano con sospetto il diverso e che sono pronte a disegnare una stella di David sulla fronte di chi non rientra nella categoria delle persone desiderabili. Il che, da parte di una nazione che fonda la sua ragione di esistenza sulla multiculturalità e sulla mistura etnica, è quantomeno paradossale.

 

 


 

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