01:10 am
18 ottobre 2018

Incontro tra antico e moderno a Parigi

Incontro tra antico e moderno a Parigi

Chi si reca a Parigi sogna di vedere la Cattedrale di Notre Dame, visitare il Louvre ed ammirare la Gioconda, andare a vedere le meravigliose vetrate della Sainte-Chapelle, perdersi nelle stradine del Marais e tra i suoi hôtels particuliers. Ma Parigi non è una città che è rimasta immobile, non si è congelata come la nostra Venezia, non è ancora divenuta un museo all’aria aperta. Essa ha cercato invece di tenere il passo coi tempi e di rinnovarsi. Accanto all’antico oggi convive a Parigi anche il moderno. Fortunatamente non furono mai adottati i drastici progetti di Le Corbusier per radere al suolo la città, ma nemmeno si è smesso di apportare qualcosa di nuovo, di aggiungere strati e significati, di modernizzare e migliorare. Il turista oggi ha dunque la possibilità di ammirare l’antico e godere del moderno. Non sempre però tale convivenza è stata accolta benevolmente dai cittadini, che invece l’hanno talvolta apertamente ostacolata.

Inserire elementi d’architettura di stile internazionale e opere d’arte contemporanea in luoghi storici della capitale è stato percepito da alcuni come un sacrilegio, come una mancanza di gusto e di rispetto verso la cultura e la tradizione francese. Alcuni degli elementi che oggi sono divenuti quasi un simbolo della città di Parigi furono inizialmente accolti con grande freddezza, se non con aperta ostilità. Si pensi ad esempio alla oggi celebre piramide di Pei, nel cuore del Palazzo del Louvre, costruita tra il 1985 e il 1989 sotto commissione dell’allora presidente della Repubblica Francese François Mitterrand. Essa faceva parte dei lavori per la realizzazione del cosiddetto “Grand Louvre”, ovvero un progetto per trasformare il museo in un “museo di massa”. La piramide doveva dunque fungere da nuova colossale entrata ed uscita per gestire i grandi flussi di turisti, per i quali la vecchia entrata non era più adeguata. Nonostante il progetto non sia stato invasivo come quello del Centre Pompidou nella zona del plateau Beaubourg, ma più armonioso e rispettoso nei confronti del contesto storico, l’opera fu motivo di scandalo e di feroci critiche. Essa fu percepita come un oggetto adatto ad un parco di divertimenti, come qualcosa che avrebbe trasformato lo storico museo in una nuova Disneyland. Il museo si stava aprendo al grande pubblico, stava cercando di perdere quell’aria elitista e quel “sapore di vecchio” che spesso accompagna le antiche istituzioni culturali. La piramide di vetro e metallo, grazie alla sua trasparenza, smorzava quell’aspetto severo e impenetrabile che forse, in passato, ha bloccato taluni visitatori ad entrare.

Tale progetto ha indubbiamente cambiato per sempre l’aspetto, ma anche la stessa funzione, del Museo del Louvre. Ma se gli aspetti positivi di tale progetto sono oggi piuttosto evidenti, come ad esempio la democratizzazione della cultura, i lati negativi rimangono forse tuttora da indagare.

Nei medesimi anni della costruzione della piramide di Pei, e poco distante da essa, si stavano effettuando degli altri lavori che vedevano l’inserimento di un elemento moderno in un contesto antico, ovvero l’opera “Les Deux Plateaux” di Daniel Buren all’interno della corte d’onore del Palais Royal. L’opera è più comunemente nota come “le colonne di Buren” e si tratta di un’installazione di 260 colonne tronche di marmo bianco di Carrara e nero dei Pirenei in uno spazio di 3000 metri quadrati all’interno del palazzo. Il titolo è dovuto al fatto che l’opera è stata concepita su due piani: i tronchi di colonne visibili nella corte continuano infatti nel sottosuolo, il secondo piano appunto, dove scorre dell’acqua che dona un elemento acustico all’opera.

Buren, così come Pei, ha scelto una forma classica, un elemento di continuità con l’edificio storico che l’accoglie. Anche il materiale di realizzazione delle colonne denota una volontà di armonizzazione da parte dell’artista, che ha voluto scegliere marmi pregiati, gli stessi in cui Michelangelo e Rodin realizzarono i loro capolavori.

Anche l’opera di Buren fu duramente contestata, fu giudicata “troppo moderna” e i lavori rischiarono di essere più volte interrotti. C’è però anche chi ha accolto questo progetto con entusiasmo in quanto prima della risistemazione del luogo, la corte era in condizioni di degrado, sporca e disorganizzata, ospitava un parcheggio di macchine per il Ministero della Cultura, che trova appunto sede all’interno dell’edificio. Per taluni il progetto avrebbe quindi ridato dignità e portato nuovo interesse per un luogo storico e meraviglioso, tale ovvero il Palais Royal.

Ma la convivenza tra moderno e antico non si trova solamente all’esterno, bensì anche all’interno di importanti edifici storici, come ad esempio alla Reggia di Versailles. A partire dal 2008 sono state proposte all’interno del castello esposizioni d’arte contemporanea; tale progetto fu inaugurato dalla contestatissima mostra di Jeff Koons, famoso artista contemporaneo, considerato tra i più costosi artisti viventi, noto per i suoi lavori kitsch ed eccessivi.

Tale esposizione ha suscitato delle critiche asprissime, tanto da essere definita uno “stupro culturale”. Non è stata messa in discussione in modo particolare la scelta di esporre opere d’arte contemporanea all’interno della reggia, ma è stata soprattutto criticata la scelta dell’artista. Koons infatti è oggi il simbolo di un’arte al servizio del mercato.

Non in pochi quindi si sono indignati nell’apprendere che opere di tale genere sarebbero state esposte in uno dei luoghi sacri per l’identità e l’eredità storica e culturale francese. L’infantilità e la giocosità che caratterizza le opere di Koons, accostate alla pomposità dei decori barocchi della reggia, sono stati percepiti come un atto di derisione nei confronti di quest’ultima. L’eccesso delle opere di Koons è infatti stato paragonato a quello del Re Sole, il barocco è stato accostato al kitsch, il metallo inossidabile e riflettente delle opere contemporanee ai giochi di riflessi della Galleria degli Specchi.

Taluni hanno invece accolto positivamente la mostra cogliendola come quello “scossone” di cui necessitava la scena dell’arte francese che potesse riportare Parigi a competere con le capitali dell’arte contemporanea.

Ma se è vero che il progresso e la modernizzazione sono necessari per continuare a tenere viva una città, bisogna però anche interrogarsi sui limiti e le condizioni da porre a tale modernizzazione. È necessario valutare i benefici, ma ponderare anche le conseguenze negative che un intervento come quello al Louvre, come quello al Palais Royal o ancora a Versailles può avere sull’integrità, fisica e morale, del monumento storico.


FONTI

Visita dell’autrice

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.