17 novembre 2018

Turpiloqui come parola del giorno

Turpiloqui come parola del giorno

Ai tempi odierni, il confine tra una conversazione colloquiale tra amici e, all’opposto, un dibattito politico, un’intervista pubblica o il testo di un articolo giornalistico è diventato assai labile. Così sottile al punto da veder fluire senza ostacoli i turpiloqui, entrati a far parte non solo del linguaggio comune, ma, bensì, anche all’interno di contesti che dovrebbero prevedere un gergo più elevato, o quanto meno consono alla sede in cui si sta svolgendo il “colorito scambio di battute”.

Ciò dimostra la grande evoluzione linguistica che ha visto protagonista l’italiano, dalle prime produzioni letterarie a oggi: da termini aulici, elevati ed espressioni impreziosite da rigorose forme letterarie, si è approdati a una fase in cui dinamicità ed efficacia sono i sintomi di una lingua moderna e universalmente condivisa da tutti i parlanti. Questa progressiva trasformazione ha avuto una grande importanza, la quale si è tradotta in un maggior coinvolgimento del “parlante medio”, non sempre allenato a una lettura profonda e gergalmente impegnativa. Ma se da un lato si è assistito a un avanzamento, dall’altro la diffusione registrata si è iscritta nel segno di una cultura superficiale e approssimativa. Erano gli anni ’60, gli anni delle grandi rivoluzioni che interessarono, soprattutto, le istituzioni scolastiche e l’istruzione. Fu in quel momento storico che divennero veicoli fondamentali di circolazione del sapere la televisione, la radio e i giornali, inizialmente pervasi dalle regole di retorica istituite da grammatici e letterati. Insomma, uno stile unitario al quale si aggiunse un più elevato grado di istruzione, che permise di veder affiorare sul panorama italiano un gran numero di giornalisti (forse attirati dal fascino della scrittura?) e, come conseguenza, una maggiore proliferazione di contenuti la quale, a livello quantitativo, si espresse in un più elevato numero di pagine.

Metafore, espressioni retoriche, forestierismi, eufemismi e giochi di parole approdarono nelle nostre case sotto forma di testate giornalistiche per informarci con semplicità e chiarezza. Purtroppo, però, questa semplicità si è estesa fino ad abbracciare anche i turpiloqui. Ed è proprio qui che il divario si è azzerato: l’aulico si intrecciò al popolare, il colto al colloquiale. L’organizzazione sociale andò così a influenzare profondamente il modo di scrivere, al fine di offrire ai possibili lettori un prodotto giornalistico conforme alle loro esigenze e gusti, con titoli accattivanti tali da conquistarsi un posto di prima linea nella loro attenzione. Per fare questo, la creatività si è mostrata come una delle principali qualità possedute da un giornalista, abile nel creare titoli invitanti, provocatori e seducenti. E cosa persuade meglio di una parolaccia in prima pagina? Se per riso o stupore non importa, la nostra totale concentrazione si immergerà nella lettura di quell’articolo, paragrafo, trafiletto (magari anche noioso) per scorgere in quel fiume inesauribile di parole lui, il protagonista indiscusso delle più grandi gaffes pubbliche: il turpiloquio.

Questa volgarità, dunque, dovrebbe avere una finalità culturale, cioè promuovere l’educazione e informazione del cittadino medio. Un fattore rilevante dell’approdo del turpiloquio su carta è strettamente legato alla grande fioritura dei blog, sempre più diffusi tra le testate web. Insomma, la parolaccia ha un pubblico. Ma è qui che gli autori di quegli articoli si sono sbagliati. È stato infatti un fraintendimento da parte del giornalista il definire “lingua comune” la causa all’origine di una sua demistificazione dispregiativa.

“Cuperlo e i suoi sono una banda di stronzi”, e ancora, “Volano gli stronzi”, “Giustizia a puttane”, “Il PD vieta la gnocca”, “La doccia non basta: come avere la patonza sempre sana” sono solo alcuni dei titoli più eclatanti del giornale “Libero”, che, a quanto pare, di stronzi e volgarità non ne ha mai abbastanza. Peccato che non sia il solo; e così ecco affiorare al suo fianco “Il giornale” con l’”interessante”, e al quanto discutibile, titolo “Ciao ciao culona”, che la Merkel non avrà preso molto bene.

Dagli iniziali turpiloqui “pacati” e usati con moderazione, ora siamo di fronte a un intenso e provocatorio uso di quest’ultimi, da far passare in secondo piano il “culo focoso” di Aristofane, o il “culo depilato” di Giovenale e la pittoresca espressione “penna in culo” di Boccaccio. Insomma, un grande salto è, di certo, stato fatto: dal “culo” si è passati agli “stronzi”.
Ripercorrendo la storia letteraria, una domanda sorge spontanea: sarà forse che i giornalisti custodiscono come reliquia per i loro titoli “Il Marescalco” dell’Aretino? “[…] e se tu il cazzo adori, io la potta amo”. Rileggendo i titoli proposti sopra, sembrerebbe proprio di sì.

Siamo così abituati alla vista e al suono di queste espressioni, che l’uso di turpiloqui in note testate giornalistiche destabilizza un poco la nostra percezione a riguardo. Quanto ci piace ritrovarli stampati in grassetto e a grandi caratteri su un foglio di giornale?

 

 

 

 


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