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26 aprile 2018

Franklin D. Roosevelt e il nuovo corso

Franklin D. Roosevelt e il nuovo corso
U.S. President Franklin D. Roosevelt signs the H.R. 1776 and the Lend-Lease Act at the White House in Washington, D.C. on March 11, 1941. On the desk are some of the pens used by the president in affixing his signature to the Act, which will enable Allied countries to receive U.S. aid. (AP Photo)

Il 12 aprile del 1945, all’età di 63 anni, muore il 32° presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosevelt, mentre era in vacanza a Warm Springs, in Georgia. Rimasto in carica dal 1933 alla sua morte, il politico democratico vinse le elezioni presidenziali per ben 4 volte. Non si può negare, tra pregi e difetti, che FDR sia stato una personalità estremamente influente e una figura centrale del XX secolo, nonché un uomo di grande coraggio e spirito combattivo.

Uno dei principali fattori che conferì al presidente statunitense una fama mondiale fu l’ingente e radicale programma di riforme economiche e sociali messo in atto tra il 1933 e il 1937, conosciuto con il nome di New Deal, l’essenziale rimedio per superare la grande depressione dei primi anni trenta. Il “nuovo corso” che Roosevelt promise durante la campagna elettorale aveva lo scopo di risollevare gli Stati Uniti, i quali avevano intrapreso un strada pericolosa già a partire dagli anni ’20 del ‘900, quando una grandiosa crescita economica aveva reso il Nuovo Continente la prima potenza economica mondiale. La produzione industriale americana era cresciuta del 64% tra il 1922 e il 1928, la diffusione della produzione di massa in tutti i settori produttivi, la nascita di nuove forme di distribuzione e la possibilità di acquistare i prodotti a rate favorirono il consumo di massa; in questo contesto il laissez-faire, il concetto di libero mercato e il mancato intervento dello Stato in economia divennero un mantra irrinunciabile. Pertanto, l’America seguì le direttive descritte nella Legge di Say secondo la quale, per esprimerla semplicemente, in un regime di libero scambio non potrebbero nascere crisi economiche prolungate, poiché l’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda, conferendo al mercato una capacità autoregolativa. La competizione avrebbe dovuto regolare prezzi e salari senza aiuti esterni che, invece, ostacolerebbero la dinamica interna regolatrice. Nonostante le buone aspettative nei confronti del libero mercato e l’euforia caratterizzante tale epoca di crescita economica, ben presto ci si rese conto che si stava lasciando ampio margine di azione a forme finanziarie speculative, che portarono al collasso di tale sistema il 24 ottobre 1929, il famoso “giovedì nero”, al quale seguirono le conseguenze di cui tanto abbiamo sentito parlare: disoccupazione che toccò il 20%, chiusure delle industrie, licenziamenti, fallimenti delle banche con conseguente panico tra i risparmiatori.

Era questo lo scenario che si profilava agli occhi del neopresidente. La sconcertante iniquità della distribuzione della ricchezza, la necessità di garantire alla popolazione americana i diritti civili e la stabilizzazione finanziaria, portarono Roosevelt a seguire i consigli del famoso economista inglese J. M. Keynes, secondo il quale l’intervento statale attraverso la spesa pubblica sarebbe stato necessario per determinare una crescita dei livelli di occupazione, con il conseguente aumento dei redditi e, perciò, dei consumi. Un ragionamento logico e semplice – ma non facile – che attualmente viene sottovalutato spesso. Il New Deal era costituito da diversi interventi economici e sociali, e molto rapidamente – anche grazie ai poteri straordinari che il Congresso accettò di conferire a Roosevelt – si agì con l’emanazione di svariati provvedimenti. Tra i più importanti si ricordano l’Emergency Banking Act che assoggettò le banche al controllo dell’amministrazione federale; la sospensione del gold standard che comportò la svalutazione del dollaro rendendo possibile il ricorso all’esportazione delle merci in sovrapproduzione; l’Agricultural Adjustment Act, il quale avrebbe dato contributi in denaro agli agricoltori che avessero limitato la produzione agricola, in modo da frenare la caduta dei prezzi; l’istituzione della Tennessee Valley Authority, agenzia che impiegò milioni di disoccupati nella costruzione di dighe per sfruttare le risorse idroelettriche locali; l’istituzione della Works Progress Administration, altra agenzia governativa che gestiva la realizzazione di opere pubbliche; l’approvazione del National Industrial Recovery Act per cui ogni azienda avrebbe dovuto adottare uno specifico codice di disciplina produttiva, rinunciare al lavoro nero e minorile e garantire salari minimi.

Attraverso la politica del New Deal, Roosevelt voleva garantire protezione sociale e salari minimi al fine di assicurare anche alle fasce di popolazione meno abbienti quella sicurezza economica necessaria per riavviare la ripresa economica. Inoltre, l’intervento pubblico nei settori primario e secondario avrebbe stimolato la ripresa agricola e industriale; e la questione del deficit statale che sarebbe stata posta dall’attuazione di un così ampio programma di investimenti pubblici sarebbe stata risolta attraverso le entrate fiscali sopraggiunte dopo aver riavviato l’economia americana. Un programma economico che, con qualche adattamento all’epoca contemporanea, sembrerebbe rappresentare una valida alternativa allo sfrenato liberismo. La presenza di uno Stato partecipativo e propositivo, portatore di una politica di valori morali e una economia con specifiche regole sembrano essere concetti estranei ad un mondo, quello di oggi, in cui il profitto di pochi, la brutale concorrenza e la quasi totale assenza di finanza etica dominano non solo la vita politica ed economica ma anche quella privata. Dare uno sguardo al passato può essere utile per riflettere sulle problematiche odierne e sulle possibili alternative per un miglioramento della qualità della vita di tutti.

 


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