Aligi Sassu in una fotografia

Aligi Sassu (1912-2000) nasce a Milano e a soli nove anni si trasferisce in Sardegna, a Thiesi, dove rimane per tre anni. Il paesaggio e i colori sardi saranno di enorme influenza all’artista nella produzione delle sue opere caratterizzate da tinte forti, e anche l’atmosfera mediterranea riemergerà spesso come sfondo dei suoi soggetti.

Già da bambino dimostra interesse verso la pittura, passione che riempiva anche l’animo del padre che, in quanto amico di Carlo Carrà, lo porta a visitare moltissime mostre di pittura.

Ritorna a Milano nel 1925 e ha modo di apprezzare dal vivo alcune tele di Boccioni che lo faranno avvicinare al futurismo e nel 1928 è tra i firmatari del manifesto Dinamismo e riforma muscolare, rimasto inedito fino al 1977.

Nell’autunno del 1934 decide si recarsi a Parigi e vi rimane per tre mesi, nei quali visita una mostra di Matisse e studia i quadri di grandi pittori esposti nei musei della città. Ripeterà l’esperienza l’anno successivo fermandosi per sei mesi, e una terza volta tra la fine del 1935 e gli inizi del 1936.

In questo ambiente ricco di fervore artistico, inizia a frequentare i caffè, luoghi di incontro degli artisti e degli intellettuali, dal Dôme a la Cupole, fino all’allora appena inaugurata catena dei Chez Dupont.

Nella capitale francese incontra molti degli italiens de Paris come Mario Tozzi, Massimo Campigli, Filippo De Pisis e Alberto Magnelli, oltre a rincontrare Severini che gli era stato già presentato a Milano da Persico.

Questa immersione, in un nuovo vortice culturale e sociale, contribuisce alla modificazione del suo linguaggio compositivo, che verterà verso una più equilibrata distribuzione delle parti e una maggiore solidificazione del colore.

Ma da sottolineare è soprattutto l’avvicinamento politico che caratterizza i suoi anni a Parigi. Ciò emerge ad esempio nell’opera del 1935 la Fucilazione nelle Asturie, dove Sassu raffigura un popolano che viene condotto all’esecuzione dalla Guardia Civile; questa è una scena di invenzione, nonostante sia stato ispirato dalla sollevazione in Spagna avvenuta nel novembre del 1934.

La svolta vera e propria a livello politico però avviene a seguito della conoscenza nel 1934 del critico d’arte Raffaele De Grada, che lo pone in diretto contatto con l’ambiente antifascista.

Nel 1935 partecipa all’attività del Gruppo Rosso, insieme a De Grada, Luigi Grosso, Alberto Malagugini, Carlo Calatroni e Vittorio Della Porta. Il Gruppo riprende il nome dalla tedesca Rote Gruppe di Grosz e Dix, e a seguito del successo ottenuto, ad esso si uniranno anche gli artisti Arnaldo Badodi, Nino Franchina, Giacomo Manzù, Giuseppe Migneco, Gabriele Mucchi, Gastone Panciera, Italo Valenti e letterati come Giancarlo Vigorelli, Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti, oltre ad alcuni personaggi legati alle riviste fiorentine Il Frontespizio e Letteratura.

Sassu e De Grada si trovano in diretto contatto con il centro interno socialista e comunista e agiscono nella lotta clandestina, fino a quando, nel 1937 uniranno ancora più concretamente le forze nella creazione di una bozza di un manifesto che sarebbe stato distribuito agli operai al fine di provocare un’insurrezione verso il regime fascista. Tale loro azione fu causata dalla notizia della vittoria a Guadalajara delle Brigate Internazionali, avvenuta nel marzo dello stesso anno.

Il 6 aprile del 1937 gli agenti dell’OVRA effettuano una perquisizione presso lo studio milanese di Sassu, in via Sant’Antonio, dove si trovavano il testo e il materiale per la stampa. Immediato è l’arresto dell’artista, mentre De Grada in questa occasione non viene individuato.

A seguito del processo penale conclusosi il 13 ottobre del 1937, Sassu venne condannato a dieci anni di reclusione presso il carcere di Fossano, in Piemonte, per il reato di cospirazione politica mediante associazione; la pena però non fu mai del tutto scontata in quanto il 27 luglio 1938 il re gli concede la grazia.

Durante il periodo in carcere ottiene il permesso di poter continuare la sua attività di pittore, e ad oggi sono circa 400 i disegni riconducibili a questa esperienza, raffiguranti temi già affrontati e anche ritratti dei suoi compagni di prigionia. Esegue i disegni su fogli di quaderno o di album con lapis e matite colorate, sanguigna, carboncino, acquarello e inchiostro.

Alcune novità di questo periodo nella sua produzione sono ad esempio gli studi per La morte di Cesare, soggetto che verrà poi eseguito come dipinto ad olio solo nel 1938-39; inoltre, amplia maggiormente il tema della battaglia, inserendo lotte di titani e giganti. Spesso, in quest’ultime, si ritrovano alcuni elementi che possono alludere alla situazione politica italiana, e quest attenzione alla situazione della sua patria troverà ancor più concretezza nella realizzazione della tela L’ira di Achille del 1938.

 

Aligi Sassu. studio per l’Ira di Achille, 1936-38
Aligi Sassu, Fucilazione nelle Asturie, 1935.

I disegni di Sassu sono una piccola espressione di forza espressiva, sono caratterizzati da una sorta di realismo sincero e rivoluzionario, in cui l’artista attua una denuncia alla situazione italiana del tempo, mantenendo comunque elementi di avanguardia nell’elaborazione artistica.

Associare il termine realismo a Sassu e pressoché impossibile se si intende il termine nel modo più tradizionale; ma lui riesce, con questi disegni, ad inserirsi in una situazione artistica di querelle relativa al realismo, che invade sopratutto il mondo parigino dell’epoca.

…credere nelle potenzialità del realismo, nel caso di Sassu, non è mai stata l’affermazione di una estetica facile, di una banale logica delle belle arti…

Sassu ha avvertito, con profonda consapevolezza, l’inganno dei suoi tempi, quell’insensato sterminio del reale messo in atto dall’inarrestabile flusso di immagini che ci attraversa. E sulla barricata della modernità ha combattuto la sua battaglia per la poesia dell’immagine, per l’eterna poesia del vero.

(Marina Pizziolo, nelle note di presentazione della mostra Aligi Sassu. Disegni dal carcere tenutasi nel 2001 al Museo Treccani di Milano)

Questa forte battaglia traspare in disegni come I prigionieri o L’uomo, che accennano anche elementi di un classicismo quasi michelangiolesco che si riteneva estraneo all’opera dei grandi maestri del Novecento.

In conclusione, risulta quindi essenziale, al fine di conoscere al meglio la figura dell’artista e la sua produzione, sottolineare l’importanza di questi disegni, eseguiti in un solo anno di lavoro, che assolutamente non hanno nulla a che invidiare alle opere olio su tela.