Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video. 

Questo passo, tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium di Seneca, rappresenta l’inizio della lettera che il filosofo intende mandare al suo allievo -reale o fittizio che sia-, Lucilio.

Dovunque guardi, vedo le prove della mia vecchiaia. –La traduzione è nostra, come lo saranno quelle a venire: siate clementi.

E così, riga dopo riga, Seneca parla al suo allievo della vecchiaia, lo esorta a coglierne i frutti e, per quanto possibile, ad amarla. E per convincere Lucilio a vivere correttamente, senza temere la morte, gli riporta l’esempio di Pacuvio, governatore della Siria che -esattamente come il Trimalcione petroniano- ogni giorno metteva in scena il proprio funerale; non per scaramanzia né per esibizionismo, ma per consapevolezza e integrità filosofica.

Pacuvius, […] cum vino et illis funebribus epulis sibi parentaverat, […] Hoc quod ille ex mala conscientia faciebat nos ex bona faciamus, et in summusm ituri laeti hilaresque dicamus, 

vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi

(Pacuvio aveva l’abitudine di celebrare il proprio funerale durante i banchetti; Questo, che lui faceva a causa della sua cattiva coscienza, facciamolo invece con la coscienza di aver vissuto bene, e andando a dormire, diciamo lieti e contenti 

Ho vissuto e ho portato a termine ciò che il fato mi ha dato)

E allo stesso modo Epicuro, filosofo epicureo -morto suicida-, beatus ac plenus bona conscientia, prima di uccidersi, pronuncia esattamente le stesse parole:

Vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi.

E nel De beneficiis, Seneca considera simbolo di enorme ingratitudine l’incapacità, da parte degli uomini, di fermarsi e dire

Vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi. 

Ma da dove viene questa frase? Per i latinisti non è difficile, anzi, è quasi scontato. Siamo al IV canto dell’Eneide, verso 653: Didone, abbandonata da Enea, è sul punto di gettarsi sulla sua spada per uccidersi.

Vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi

et nunc magna mei sub terras ibi imago.

(Ho vissuto e ho portato a termine ciò che il fato mi ha dato,

e ora la mia ombra gloriosa andrà sotto la terra).

Ora, Didone è sempre stata considerata l’emblema del furor, della passione amorosa, della follia intesa in senso greco -e non ellenistico, ma classico-. Il suo dolore, la sua passione, la sua forza sono quelle delle eroine delle tragedie di Euripide -e basta: perché Medea o Fedra non sono paragonabili ad altre-. E, per quanto figura affascinante, è sempre stata considerata una folle incapace di controllare le proprie emozioni. E Seneca, padre dello stoicismo, la cuce su misura per sé: non più furor amoroso, ma filosofica accettazione della morte. Non più dolore, ma consapevolezza di aver vissuto felicemente la propria vita.

La Didone senecana non ha niente a che vedere con le sue eroine tragiche -che, tra l’altro, rappresentano la parte meno felice della produzione letteraria del filosofo-, non subisce la critica che spetta a chiunque non sia in grado di godere della propria esistenza e accettare il dolore: la Didone senecana è un personaggio stoico, esattamente come Epicuro. E questo non si evince da una descrizione peculiare che il filosofo fa di lei, ma proprio dalla frase che la regina di Cartagine pronuncia, china sulla spada di Enea, disperata, quando sta per uccidersi:

Vixi et quem dederat cursum Fortuna peregi. 

Ecco quindi che il suicidio di Didone è giustificato in quanto emblema di accettazione della propria vita e, soprattutto, della propria morte.