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18 settembre 2018

Gli album del mese secondo la redazione

Gli album del mese secondo la redazione

Per questo mese di marzo abbiamo deciso di dividere l’articolo in due sezioni, la prima dedicata alle novità del mese di marzo, la seconda a quegli album che ci sentiamo di consigliare, per una (ri)scoperta di quei piccoli gioielli che la sovraofferta del mercato discografico rischia di far dimenticare.

Buon ascolto!

Giuseppe Allegra

Desert yacht club dei Negrita: “Siamo ancora qua, trattasi di abilità”. Sono in giro da quasi 30 anni (lo saranno ufficialmente nel 2021, tra tre anni) e sono arrivati al decimo album. Non sono stato mai particolarmente vicino ai Negrita (non per scarsità di domanda, ma per eccesso di offerta) ma sono stato folgorato da questo album graffiante e che contiene molte più sfumature di quanto ci si possa aspettare. Dopo numeri così importanti come 30 anni di carriera e 10 album, riuscire ancora a parlare a qualcuno che non è già tuo fan è un traguardo incredibile: ed è il pregio più grande di queste nuove canzoni.

Giulia Laregina

Mowgli di Tedua (2018): Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere Tedua è nazionalpopolare. E’ kitsch, ma ha talmente tanto cuore che glielo si perdona. Ha talmente tanto cuore che in realtà gli si perdona tutto. Mowgli è un album nazionalpopolare come lo era Orange County Mixtape, prima fatica discografica del rapper di Genova, ma con più tecnica e soprattutto con una più precisa visione artistica. Più che di singole canzoni potremmo parlare di flusso di coscienza (stream of consciousness). Da ascoltare con attenzione. Forse non vi piacerà, ma sicuramente lo troverete curioso.

Samuele Lopez

2012-2017 di Nicolas Jaar: Dopo il successo di Sirens, Nicolas Jaar pubblica a sorpresa, con il moniker A.A.L. (Against All Logic), un disco intitolato 2012-2017. Nel nuovo progetto, il musicista americano si allontana dalle atmosfere ambient e dalle sonorità plumbee del disco precedente. In 2012-2017 viene rinnovato infatti l’interesse per il dancefloor, il quale diventa il sottotesto per un dialogo tra generi vari, da un lato la funk anni ’70 e dall’altra l’house anni ’90, riaggiornati entrambi in chiave contemporanea. C’è spazio anche per momenti più lounge, tra suoni sintetici e ritmi travolgenti. L’interesse maggiore è però l’encomiabile dialogo tra presente e passato. Chapeau.

Fabio Sorrenti

L’amore e la violenza vol 2 dei Baustelle: attesissimo, mai banale, in piena continuità col volume 1. I Baustelle sono una boccata d’ossigeno che contrasta (e resiste) l’uniformità del pop italiano. Hanno una vena vintage intrinseca che affascina, riferimenti letterari complessi che spingono ad indagare e quel distacco dai media e dalla comunicazione che ci fa ricordare come si tratterebbe, in fin dei conti, soprattutto, di musica.

Gaia Epicoco

American utopia di David Byrne: l’ex leader dei Talking heads non delude le aspettative e torna sulla scena con un album  solista originale e moderno. Nonostante l’età, Byrne non perde la capacità di sorprendere e muoversi al passo con i nuovi generi, costruendo un mosaico variegato e interessante che si fa ascoltare tutto d’un fiato, nonostante il tema attorno a cui ruota l’attenzione dell’artista non sia dei più piacevoli. American utopia infatti si aggiunge alla lunga lista di album prodotti negli ultimi mesi che tentano di dare una lettura della situazione socio-politica contemporanea. E’ un disco che merita più di un ascolto per valorizzare al meglio tutte le tracce presenti, debitore in parte della collaborazione di artisti del callibro di Brian Eno, Sampha o Oneohtrix Point Never. Unica nota stonata, a mio parere, è il terzo brano, Every Day Is a Miracle.

Giuseppe Allegra

Cosmotronic di Cosmo: Riscoprire è una parola grossa per un album uscito da due mesi, ma in primis non si può definire più una novità; in secundis, un album del genere merita continuo riconoscimento. Reduce dalla festa che è stata la prima data milanese del Cosmotronic Tour, non posso che celebrare questo viaggio tra il techno e il cantautorato che grida contemporaneità. Applausi.

Valentina Camera

Il suicidio dei samurai dei Verdena: Ho scoperto i Verdena attraverso questo album datato 2004. Sorprende la sua psichedelia e la sua vena di innovazione, che mi fa pensare a quanto sia sottovalutata questa band. Forse sarebbe più consigliabile iniziare dai primi album, ma brani come Luna, Elefante, Phantastica non mi hanno fatta pentire di aver iniziato “dalla metà”.

Susanna Cantelmo

The Queen is dead degli Smiths: sarà il grigiore di questa primavera che non sboccia o la disperazione post-elezioni che mi ha spinto a ritirare fuori questo album del 1986. È il terzo degli Smiths e si occupa proprio della fine delle illusioni. Già dal titolo è evidente il tono di accusa nei confronti della monarchia inglese che ritorna in tutto l’album, ma scavando a fondo si trovano anche altre tematiche care al gruppo, come la morte, affrontata in uno dei loro brani più famosi There is a light that never goes out. La luce di cui si parla rappresenta l’amore di un passeggero che risplende anche nel buio di un sottopassaggio durante un incidente stradale. Insomma in questo mare di pessimismo una speranza c’è e allora una luce può risplendere anche in questo marzo così grigio.

Maria Chiara Fonda

Guardare per aria di Bianco (2015): A mio parere il disco più bello del cantautore torinese, Guardare per aria parla di amore e quotidianità con il linguaggio introspettivo e immediato tipico dell’indie cantautorale. Un album che ha i suoni e i colori della primavera, perfetto per questo periodo dell’anno.

Stefano Marmondi

Take to the Skies degli Enter Shikari: Un album di debutto originale e senza pretese, composto da 4 ragazzi inglesi i quali una mattina si sono alzati e hanno deciso di unire metalcore grezzo e vero con la musica elettronica, dando vita al genere Electronicore. Dopo averlo ascoltato vorresti avere direttamente la band che ti suona in camera. Una band che rappresenta, in un certo senso, qualsiasi adolescente pronto a sfogarsi. Per chi crede di essere speciale rispetto gli altri non resta altro che dire “Sorry, you’re not a Winner” (singolo dell’album).

Guglielmo Motta

The Velvet Underground & Nico dei Velvet Underground and Nico: siamo nel cinquantennale del 1968, e di conseguenza non si può non rendere omaggio al disco d’esordio – pubblicato nel marzo 1967 ma esploso sul mercato l’anno successivo – di una delle band più influenti della musica a livello internazionale. Stiamo parlando dei Velvet Underground che pubblicano questo album stravolgente: la copertina, nota per la banana raffigurata da Andy Warhol, rimane tuttora un’icona di quel periodo, sulla scia dell’esplosione di colori che caratterizzò tutta la stagione culturale del “lungo ‘68”, e le undici tracce rappresentano un trip all’interno di una musica elettrizzante e nostalgicamente affascinante. Si passa da «Sunday morning», che probabilmente è il brano più noto della band statunitense, a «Run run run», in cui si tratta il tema della droga, il quale inizia ad affacciarsi nei testi delle canzoni proprio in questo periodo. Ma anche «Venus in furs», «Heroin» e la fantastica «I’ll be in your mirror» fanno di questo album un capolavoro e un’icona indelebile del 1968 internazionale.

Gaia Epicoco

Foxbase Alpha dei Saint Etienne (1991): è questo un album particolare. Totalmente frutto del momento e della città in cui venne prodotto (Londra), riesce a distaccarsene completamente, rientrando del novero di quegli album intramontabili e quasi perfetti. Incastrarlo in un genere è impresa ardua: dance, indie, house o forse niente di tutto questo. I brani al suo interno sono piccoli gioielli. A partire dalla cover di un brano di Neil Young, Only love can break your heart (cantata non dalla vocalist del gruppo, la bionda Sarah Cracknell, bensì da Moira Lambert, presa in prestito dal gruppo Faith Over Reason), passando attraverso Wilson, uno straniante campionamento di un brano di Wilson Picket accompagnato da una ambigua e ossessiva domanda che si ripete per l’intero brano (“Would you like some sweets, Willy?”), o alla solare Nothing Can Stop Us, o alla quasi interamente strumentale Like The Swallow, fino alla ballad London Belongs To Me, osserviamo l’eclettismo della band inglese, capace di coniugare sperimentalismo e tradizione e di far confluire gli stimoli che la brulicante e multietnica città di Londra offriva loro, in poco meno di 60 minuti. I brani che mi sento di consigliare in modo particolare sono Carnt Sleep Girl VII. 

 


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