Abbiate fiducia nel progresso, che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza.

Filippo Tommaso Marinetti in Teoria e invenzione futurista, Mondadori, 1966.

Il contrasto che verte contro il passatismo borghese e il tradizionalismo culturale, proprio del futurismo, a favore della modernità, è ben esplicitato nel celeberrimo Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato su Le Figaro il 20 febbraio 1909.

A tale impronta di novità e innovazione aderiscono in campo artistico: Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Gino Severini e Giacomo Balla. Sono loro i membri originari del corpo futurista in arte e firmatari del Manifesto dei pittori futuristi e del Manifesto tecnico della pittura futurista rispettivamente nel febbraio e nell’aprile del 1910.

Il gruppo inizia a lavorare in questa direzione e ad organizzare le prime esposizioni a Milano, che al tempo era ancora una città conservatrice, ed i futuristi, che oggi ai nostri occhi appaiono come la grande forza avanguardista nell’Italia del tempo, costituivano in realtà una ristretta minoranza che tentava di contrapporsi in un contesto di generale indifferenza.

Boccioni si rivela essere attento al dinamismo plastico delle figure e attua una visione sintetica della simultaneità; seguono il suo stesso principio, in linea di massima, Severini e Carrà. Ciò lo si può notare ad esempio nella Chahuteuse di Severini del 1912, dove il movimento della ballerina è ben esplicato dalla ripetizione degli arti, unita ad una frammentazione delle forme. Anche osservando il Cavaliere Rosso di Carrà, si nota lo stesso dinamismo, qui inteso nella figura del cavallo galoppante, e una precisa attenzione alla scelta cromatica.

La scelta di Balla, invece, si distingue leggermente da questo filone, in quanto basata sul principio della persistenza delle immagini nella retina, e di come queste possano essere riprodotte, in tutto il loro movimento, attraverso una tipologia ottico-schematica.

Fotografia raffigurante Giacomo Balla

Perfetto esempio di ciò è l’opera Bambina x balcone, anche denominata Bambina che corre sul balcone o Bambina moltiplicato balcone. Datata 1912, è il vertice della ricerca dedicata al movimento organico, che nel 1913 si incrociò con l’indagine sul movimento meccanico e sull’effetto di smaterializzazione dei corpi data dalla velocità.

Giacomo Balla firmò il Manifesto dei pittori futuristi nel 1910, all’età di quasi quarant’anni, mentre i restanti firmatari erano di più giovane età. All’inizio del 1912 non partecipa alla mostra del gruppo che era stata allestita alla Galerie Bernheim Jeune di Parigi, e fece dunque il primo passo verso la ricerca pittorica di stampo futurista con il tema del movimento dei corpi.

L’opera Bambina x balcone, che qui si prende in considerazione, è la terza da lui realizzata e dedicata allo studio del movimento dei corpi, come i suoi due precedenti: Dinamismo di un cane al guinzaglio e I ritmi dell’archetto.

Soggetto del quadro è la figlia Luce, il cui nome niente affatto casuale, è espressione dell’amore verso la modernità, la velocità, la tecnologia. La bambina, che all’epoca aveva solo otto anni, è raffigurata mentre corre da sinistra a destra sul balcone dell’abitazione romana affacciata su via Parioli e sul Parco dei Daini di Villa Borghese.

Giacomo Balla, Bambina x balcone, olio su tela, cm 125 x 125, firmato e datato in basso a destra “1909 Balla”, Collezione Grassi.

Tale approccio pittorico coglie la scia dagli studi fotografici del fisiologo francese Etienne Jules Marey con le sue cronofotografie.

Balla, per rendere il movimento del corpo e delle gambe della bambina, lavora inizialmente analizzando lo sviluppo motorio in una serie di studi su carta, che rendono la figura della bambina multipla, ripetendo le gambe all’infinito.

Molto probabilmente, al fine di rendere la perfetta locomozione umana catturata dall’occhio, Balla esegue degli studi dal vero; ciò troverebbe conferma nell’abito leggero della bambina, perfetto per luglio 1912, periodo in cui avrebbe realizzato gli studi. La stessa Elica Balla, altra figlia di Giacomo Balla, (da notare il nome curioso per gli stessi motivi citati in precedenza) ne collocherebbe appunto la realizzazione durante i mesi estivi, e quindi questa sarebbe ulteriore conferma.

Nonostante ciò, il quadro molto probabilmente fu portato a termine a seguito del rientro a Roma, forse addirittura tra la fine del 1912 e il gennaio 1913.

A seguito di quanto detto, si può dunque notare una smaterializzazione delle forme associabile al periodo in cui i fratelli Bragaglia, furono di influenza per i futuristi. Balla poté vedere le fotografie fotodinamiche dei fratelli solo nel dicembre del 1912.

La pennellata divisionista di Balla tende qui ad evolversi in qualcosa associabile quasi al fauvismo, forse a causa di esempi di questa corrente visti quando si recò a Düsseldorf, in una continua ripetizione del corpo, la cui progressione è scandita solo dalla griglia verticale della ringhiera.

E’ inoltre curioso osservare come nel retro del dipinto si trovi un paesaggio di campagna databile tra il 1896 e il 1897.

L’opera fu acquistata nel 1950 da Carlo Grassi dallo stesso Giacomo Balla e successivamente donata nel 1956 dallo stesso Grassi alle collezioni civiche milanesi, ed è oggi parte della Collezione Grassi.


FONTI

Studio da parte dell’autrice