« Mi dicano però, per Giove, c’è forse una qualche parte della vita che non sia cupa, tetra, fastidiosa, senza grazia, senza spirito se non le si sarà aggiunto il condimento della follia, il piacere? »

(Erasmo da Rotterdam)

Mi perdonerà chi di dovere per questo paragone azzardato – la Follia di cui parlava Erasmo era ben lontana dalla malattia mentale di cui parleremo in questo articolo –, ma era giusto mantenere un piccolo encomio a una delle caratteristiche più bizzarre della storia umana, ovvero l’andare fuori di testa. Difficile trovare un’espressione più icastica di questa: è evocativa l’immagine di uscire dalla propria mente, perché simboleggia perfettamente il distacco da sé, l’abbandonare il proprio raziocinio in favore di un’altra dimensione – Migliore? Peggiore? Positiva? Negativa? Chi può dirlo? Sicuramente, irrazionale -. E si sa, arte e follia sono tante volte andate a braccetto – anche in figure poco conosciute sul punto di vista umano. Come Robert Schumann.

È comprensibile che il nome risulti poco familiare a chi non ha mai studiato o ascoltato musica classica: Schumann, tuttavia, è una figura di primo piano tra i compositori dell’800 – addirittura definito uno dei più grandi dell’era Romantica. Nato in Germania nel Luglio del 1810, aveva iniziato la carriera di pianista virtuoso ma purtroppo un serio infortunio alla mano interruppe bruscamente la sua carriera. Iniziò a comporre, dunque – prima per piano, poi per piano e orchestra -, e nel 1840 sposò la pianista Clara Wieck (in Schumann), figlia del suo insegnante di pianoforte Friedrich Wieck. Proprio lui si era opposto con veemenza al matrimonio, tanto da essere portato in tribunale – con una sentenza in favore dei giovani Clara e Robert, a cui era quindi stato dato il permesso di sposarsi.

Il giovane Robert aveva dato segni di squilibrio già a 23 anni, in seguito a un episodio di depressione malinconica, e alternava momenti di esaltazione a momenti di terrore e manie di persecuzione. Ed è proprio nei primi che Schumann manifesta la sua fecondità autoriale, componendo pezzi in tempi ristrettissimi (basti pensare alla Fantasia in do maggiore, qui in video, che ha visto la luce in ben cinque giorni). Nei secondi, invece, mette a nudo tutte le sue paure, come quella della morte (per avvelenamento, con oggetti contundenti, per caduta da palazzi molto alti [per anni, infatti, visse al pianterreno]). Morte che egli stesso ha cercato, talvolta, con piccoli e distratti tentati suicidi.

C’è una fondamentale differenza, in tedesco, tra Schmertz (vocabolo per dire “sofferenza”) e Leid  (vocabolo per dire “dolore”).  Nel dare sfogo alle sue voci interiori – altra caratteristica del compositore, che affermerà per sempre di sentire prima voci d’angelo e poi voci di demoni -, questo Leid assume una caratterizzazione di vuoto – ma non il vuoto della sofferenza, o di un lutto, quindi una mancanza (a cui si può ovviare, o che comunque si può elaborare): un vuoto assoluto, un nulla infinito. Ed è proprio questo vuoto a muovere le sue note, questo suo io destrutturato che ha reso immortali le sue opere.

Schumann soffriva di una grave forma di acufene (una malattia nota ai seguaci di Caparezza), dunque, ma non solo: negli anni i suoi biografi hanno teorizzato quasi una decina di possibili malattie psicologiche e psichiche, quasi tutte citate nell’immagine precedente. Tuttavia, ha avuto la lucidità di farsi ricoverare prima in psichiatria, e poi di internarsi in un manicomio per evitare di far soffrire sua moglie Clara e i suoi sette figli. E se fosse stata, allora, schizofrenia? Trovare una risposta a queste domande è difficile – e a volte, quasi superfluo. D’altronde, l’unica cosa che possiamo fare per sentire il suo dolore, è ascoltare ancora una volta la sua musica…