Musica e letteratura, in quanto forme d’arte, sono sempre state facce di una stessa medaglia, eppure talvolta sono diventate anche qualcosa di più, compenetrandosi al punto di non poter più prescindere l’una dall’altra. Ne sono un esempio i numerosi brani plasmati su opere letterarie, come per esempio Spoon River, di Fabrizio De André, di cui si è parlato qui.

È ovviamente più semplice inserire rimandi letterari in una canzone piuttosto che intrecciare una sinfonia ad un testo stampato, e anche qualora questo succedesse, quanto ci perderebbe la musica? Però qualche volta è capitato.
È il caso di Cloud Atlas (David Mitchell, Frassinelli, 2005), anche noto col titolo italiano ‘L’atlante delle nuvole’, dal quale è stato tratto un adattamento cinematografico con attori del calibro di Halle Berry e Tom Hanks.


Il romanzo è un’opera di fantasia ambientata in tempi e luoghi diversi, attraversata da un filo conduttore che percorre epoche e paesi; una voglia a forma di stella cometa, storie di esseri umani straordinari, una musica meravigliosa.

Cloud Atlas è diviso in sei storie, ciascuna introdotta in una prima parte e poi ripresa, a mo’ di matrioska; una di queste è ambientata nel 1931 e narrata tramite le lettere che Robert Frobisher, giovane compositore in cerca di un mentore e di un’illuminazione, spedisce al suo affezionato amico e amante Rufus Sixmith. Recatosi in Belgio presso la dimora di Vyvyan Ayrs, artista che egli ama molto, Frobisher studia e compone sotto la guida del vecchio pianista, ma porta parallelamente avanti la scrittura del Sestetto Atlante delle Nuvole. È questa la straordinaria sinfonia le cui note attraversano gli anni per giungere a Luisa Rey – giovane, ardita reporter in procinto di denunciare uno scandalo ambientale. Gli altri personaggi sono legati in modi diversi (un diario di bordo, la scena di un film, la venerazione di una divinità), ma la musica vuole veicolare parte dell’unico messaggio di fondo, un’ode all’amore, al sacrificio, al destino e al bene superiore dell’umanità.

“Ci sono interi movimenti dell’Atlante che ho scritto immaginando nostri incontri e incontri in vite diverse, epoche diverse. (Robert Frobisher)”

Nel libro, Frobisher descrive il sestetto (la cui struttura peraltro ricalca quella del romanzo) così:
“Echi della sonata Messa bianca di Scriabin, impronte perdute di Stravinskij, cromatismi del Debussy più lunare, ma la verità è che non so da dove arriva. Un sogno a occhi aperti.”
“Ho passato le due settimane trascorse nella sala da musica a rielaborare i miei frammenti di quest’anno, in un «sestetto per solisti che si sovrappongono», per pianoforte, clarinetto, violoncello, flauto, oboe e violino, ognuno nella sua chiave, dimensione e colore. Nella prima sezione, ogni assolo è interrotto da quello che segue, nella seconda ogni interruzione viene ripresa, in ordine. Un pezzo rivoluzionario o un trucco banale? Non lo saprò finché non è finito e per allora sarà troppo tardi, ma è la prima cosa a cui penso quando mi sveglio e l’ultima prima di addormentarmi.”

La versione composta per l’adattamento cinematografico ha due versioni; una prima, più fedele, che è stata scartata per la colonna sonora col beneplacito di Mitchell, e una seconda, che è quella riportata qui.

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