Nel parlare di Letteratura aggiungere la notazione “di viaggio” è forse superfluo e ridondante. Per scivolare nel cliché basterebbe la scontata comparazione tra libro e viaggio stesso, tra avventura su carta e avventura reale. Numerosi gli autori da citare e tirare in causa per avvalorare tale tesi. Per Francis de Croisset «la letteratura è il viaggio di chi non può prendere un treno».
A volte, però, le peregrinazioni sono la vera e propria materia del testo, le protagoniste delle vicende narrate. Nel Settecento la pratica del grand tour e la diffusione dell’Illuminismo vedono un incremento dell’interesse per la narrativa di viaggio. Il Milione di Marco Polo è il principale antecedente di quello che diventa un vero e proprio genere letterario. Grande impulso ha la pubblicazione di romanzi esotici, testi con al centro l’altrove. Compaiono luoghi lontani, reali o immaginari, frutto di un desiderio sempre maggiore di evasione. La lettura non è più sufficiente di per sé come spazio funzionale al trasporto dell’io in una dimensione diversa. Il lettore richiede che anche la materia narrata sia distante dalla quotidianità, dai luoghi conosciuti e usuali. I Viaggi di Gulliver e Le Avventure di Robinson Crusoe sono emblemi di questa ricerca, sono paradigmatici di una letteratura dell’errare, dello scoprire, del trasformare la vita in un viaggio. Il panorama culturale inglese è quello maggiormente permeato da simili ideali e il riflesso si vede anche in romanzi dove tendenzialmente il movimento potrebbe essere secondario. Il testo meno noto di Defoe, Moll Flanders, ad esempio, ha al centro la vita della protagonista, ma è una vita caratterizzata dallo spostamento, che sposta i propri confini per passare con spontaneità da Londra all’Irlanda fino all’America. Analizzando le ragioni di una simile rotta narrativa si può scorgere anche l’esigenza diffusa di comprendere il diverso in un mondo sempre più in espansione, sempre più colonizzato. Londra è ormai capitale di un impero ed è l’embrione della città cosmopolita e globalizzata che sarà destinata a diventare.
Spesso, tuttavia, l’esplorazione non è fine a se stessa, ma è ancorata ad una valenza fortemente metaforica. Uno sguardo alla Letteratura contemporanea italiana non può mancare di indugiare sull’immaginaria esperienza rappresentata da Italo Calvino ne Le città Invisibili. Marco Polo riemerge e diventa protagonista, narratore, in un’indagine di città dai nomi di donna che hanno significati ben più profondi della mera descrizione urbanistica. Nella contemporaneità il viaggio diventa l’unica soluzione possibile, qualcosa di naturale, di connaturato ormai con l’individuo, di obbligato in una realtà globalizzata e sempre più interconnessa. Si tratta di una realtà complessa, dove la quotidianità si fa sempre più astringente e claustrofobica, dove l’evasione diventa spesso una necessità lavorativa. Il narratore non può esimersi dal vagliare le nuove prospettive, le nuove tendenze, l’emigrazione e l’immigrazione, allontanandosi da un iter di piacere e avvicinandosi ad una visione cruda e realista.
L’inserimento di un viaggio non è però pratica inusuale nemmeno nella scrittura degli albori. Si può qui cadere nel banale, ma efficace e dovuto riferimento, al viaggio metafisico che Dante, protagonista e autore, compie nell’oltretomba, tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, allegoria ideale del peregrinare come percorso di formazione dell’individuo. È forse questo concetto ciò che maggiormente accomuna il cominciare un libro e il partire per una qualunque destinazione: all’ultima pagina e al momento del ritorno non si sarà mai la stessa persona che si era all’inizio. Crescita, apprendimento, esplorazione del mondo e di se stessi, indagine.


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