Quante volte si sente parlare di disastri ambientali e inquinamento ambientale? Questo tipo di notizie si stanno presentando sempre di più nei titoli delle testate giornalistiche perché, se in passato questo fattore veniva ignorato (infatti non era raro anche costruire abitazioni nei pressi di industrie violando le norme di sicurezza), oggi si ha la consapevolezza che l’inquinamento ambientale è un killer silente che colpisce con il passare gli anni.

Sabato 10 luglio 1976 scoppiò il reattore di una fabbrica chimica svizzera, l’ICMESA, liberando una nube di TCDD (meglio conosciuta come diossina) che inquinò le zone circostanziali di Meda e Seveso, arrivando fino a Monza. Purtroppo la consapevolezza della tossicità della nube si ebbe dopo una settimana dal disastro e ancora non se ne conosceva la pericolosità. Gli effetti della nube inquinata si fecero evidenti sin da subito, generando panico e scompiglio tra la popolazione: i bambini contrassero la cloracne (o acne clorica: è un’irritazione cutanea provocata dalla reazione dell’organismo a diossine clorurate; le cicatrici procurate da questa malattia possono essere permanenti), le acque furono contaminate, animali portatori di malattie furono abbattuti, la vegetazione morì disseccata.

La diossina, non a caso, è una delle sostanze più cancerogene al mondo, tanto che fu utilizzata nella guerra in Vietnam come defoliante (essa infatti si comporta come un interferente endocrino sviluppando tumori al fegato e agli organi genitali). Purtroppo all’epoca non si sapeva cosa fosse e a quali conseguenze avrebbe portato. Del disastro si ebbe notizia solo il 20 luglio quando ormai la moria di animali e i disagi di persone che mostravano sintomi di avvelenamento era già elevata. I più colpiti furono i bambini. La paura più grande, una volta informata la popolazione sulle norme di sicurezza da compiere per eliminare la diossina da contatto, fu per le donne incinte poiché non si poteva sapere quali effetti avrebbero potuto avere queste sostanze chimiche sui nascituri. Alcuni medici consigliarono addirittura l’aborto per evitare che nascessero bambini malati o con malformazioni gravi.

La zona A, la più colpita, fu evacuata dopo due settimane dall’incidente per la bonifica; ora in quest’area è stato istituito il Bosco delle Querce dove ancora oggi tramite cartelli ed epigrafi viene ricordata la tragedia. Il disastro di Seveso, purtroppo, non fu l’unico che colpì la zona dell’odierna provincia di Monza e della Brianza: infatti nel febbraio del 2010 venne immessa nel fiume Lambro una quantità ingente di petrolio che causò un disastro ambientale enorme, tanto da portare le sue conseguenze anche nel fiume Po e nel Mar Adriatico. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio, due sabotatori non ancora identificati con certezza (per ora si hanno sospetti sul custode Giorgio Crespi), manomisero gli impianti di una raffineria a Villasanta (MB) causando la fuoriuscita di oltre 2.400 tonnellate di oli combustibili e gasolio che si riversarono nel Lambro.

Ciò causò l’inquinamento di un fiume già martoriato da altri disastri, anche se non di questa portata, avvenuti in passato e causò la morte della vegetazione fluviale e della fauna presente. Gli operatori si accorsero del mal funzionamento del depuratore posto all’ingresso del fiume quando ormai il petrolio era già fuoriuscito e l’orda di sostanze inquinanti si trovavano già nei pressi di Melegnano, a 32.5 km da Monza. Verso la sera il petrolio raggiunse San Zenone al Lambro dove gli operatori riuscirono a fermare il flusso d’acqua grazie ad una diga. Purtroppo anche il tentativo di sbarrare la strada al flusso d’acqua fu invano, infatti la diga cedette e il fiume proseguì la sua corsa verso il Po. Il disastrò non colpì solo vegetazioni e fauna per un danno di 700.000 euro, ma anche strutture artificiali come canali e terreni vicini, che risultano ancora danneggiati dal petrolio.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano come in realtà l’inquinamento può mettere a dura prova la vita non solo dell’ambiente, ma anche dell’essere umano: coloro che sono sopravvissuti al disastro di Seveso convivono tutt’oggi con le conseguenze che la nube tossica ha comportato, i bambini colpiti dalla diossina oggi potrebbero essere malati di cancro o potrebbero aver contratto altre malattie ancora.

Perciò l’inquinamento è reale e presente, pullula nelle città e le ripercussioni di questo non sono visibili immediatamente, bensì nel tempo generando danni irreversibili sulla vita di molti.

FONTI:

ecoblog.it

lastampa.it

salviamoilpaesaggio.it

Wikipedia.org

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