Di saponette e grevità a cui siamo abituati

di Claudia Galeano


Doverosa premessa. Chi scrive ha un’ottima considerazione di Michela Murgia. Non solo per la finissima scrittrice, ma anche per la persona, la sua lucidità, l’onestà intellettuale. Sia detto fin da subito perché sia chiaro lo spirito con cui è scritto quanto segue, che cercherà in ogni modo di non difettare di oggettività
.


I fatti: Michela Murgia è una scrittrice pluripremiata, teologa, esperta in questioni di genere Di questi temi ha scritto, venendo spesso interpellata su questioni sociali di attualità e temi etici, in quanto personalità qualificata dai propri accurati studi.

Il 21 novembre, nel pieno della accesissima campagna referendaria, appare sulle sue pagine social personali (ma con un seguito nell’ordine delle decine di migliaia di utenti) un’ immagine quantomeno sorprendente, per una persona di questa levatura.


In questo fotomontaggio due piedi e porzioni di gambe maschili, nudi, in quella che appare facilmente identificabile come una doccia. A terra una saponetta, sul quale è stato applicato il logo che i comitati per il sì al referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre usavano per il loro obbiettivo, corredato del relativo slogan “basta un sì“.
Questa immagine è stata dalla Murgia corredata da una scritta che recitava: “la campagna che mancava“.

Fino qui il dato oggettivo.

Chi conoscesse le prese di posizione della scrittrice sarda, da sempre a favore di ogni minoranza, non ha esitato a ritrovare nel commento una vena ironica volta probabilmente a contestare i toni poco appropriati dei quali la politica nostrana sempre più si servono. In particolare durante questa campagna.

La lettura immediata da darsi all’immagine è infatti evidente ai più, sulla scorta soprattutto di un certo cinema di bassa lega degli ultimi decenni del Novecento. “Fuga di mezzanotte” è solo uno degli esempi.  La saponetta evoca infatti una specifica rappresentazione della omosessualità maschile, che della doccia faceva il luogo deputato a infliggere penetrazioni o rapporti sessuali violenti a ignare vittime pressoché casuali.

Questa iconografia entrata nell’uso comune è ancora tristemente in voga e generalmente condivisa. Un notevole numero di omosessuali può infatti raccontare ironia vessatoria su varianti di questo canovaccio, oppure il rifiuto di compagni di squadra a frequentare spazi comuni, una volta scoperto l’orientamento sessuale. Atteggiamenti che spesso sfociano nel bullismo omofobico e nella violenza.

Va da sé quindi che sarebbe semplicistico e non intellettualmente onesto bollare di eccessiva suscettibilità chi, sentendosi ferito (gay o meno), ha provato a far notare alla Murgia la negatività e l’omofobia del messaggio passato dall’ immagine.

La scrittrice si è spesso battuta per la comunità lgbt, tanto più in periodo unioni civili: è stata tra le tra e prime a firmare la petizione promulgata da Sebastiano Mauri, e presenza attiva nell’appello “Si, lo voglio”, delle celebrità italiane. Si  è inoltre impegnata, come teologa a spiegare l’assenza di contrasto tra i diritti e la dottrina. Con simili premesse sarebbe stato lecito supporre il tono deplorante del suo commento all’immagine. Così non è, e a chiarirlo è la stessa Murgia, che rivendica in alcuni tweet, (verificabili nelle fonti) il senso dell’immagine esattamente come si è portati a interpretarla, specificando che “la persona in piedi è l’Italia“, e che si tratta di una metafora del venire fregati.

La Murgia rivendica poi di non essere affatto omofoba, e che la correlazione con l’omosessualità è arbitraria.
Se si è debitori di un po’ di cautela, prima di bollare di omofobia qualcuno che si è schierato con tanta decisione, ci si perdonerà se riteniamo inverosimile la mancata correlazione con l‘omosessualità recepita come qualcosa di sporco, violento, volgare, dannoso e imposto.
Quantomeno, da chi maneggi le parole per professione, non dovrebbe essere ammissibile la mancata consapevolezza del carattere offensivo che certe correlazioni possiedono, che siano o meno deliberatamente usate in questo senso. Sarebbe stato opportuno, anziché difendere l’indifendibile, prodigarsi immediatamente e spontaneamente in semplici e quanto mai utili scuse. Avrebbero giovato a molti ragazzi che quotidianamente si vedono oggetto di bullismo da chi li circonda, in nome di pregiudizi come questo.
La scrittrice ha invece ritenuto di motivare la propria scelta con una lunga nota, al termine della campagna referendaria, in cui spiega prese di posizione che saranno oggetto di un articolo di prossima pubblicazione.

Accade tuttavia spesso che frasi e immagini non dissimili da quelle usate in questo caso siano fatte passare per ironia, grevità innocue o funzionali, come in questo caso, a un messaggio politico. Occorre chiarirlo: la grevità non è ironia. Si tratta di parole che – sono le statistiche a dimostrarlo – sono spesso preludio di violenza, subita o autoinflitta da chi è troppo fragile per reggere l’insulto. E la mancata volontà di chi le pronuncia non è sufficiente a evitare un potenziale epilogo tragico, da non sottovalutarsi.

La dialettica politica è ormai infarcita di questo tipo di frasi. Si pensi a quelle di Trump sulle donne, alle battute di Berlusconi sulle “culone inchiavabili” e gli “abbronzati”, ma anche agli insulti provenienti da sinistra ad Adinolfi per la sua stazza fisica messa in relazione al suo pensiero.
Lo stato di salute della discussione politica ci è tuttavia evidente. Che cosa accade però se a fare proprio questo tipo di cadute di stile – e l’arroganza di difenderle – sono professionisti della parola che hanno, volenti o nolenti, possibilità di influenzare l’opinione pubblica?
Michela Murgia non è la prima (e, lo ribadiamo, scriviamo con sorpresa, essendo sempre stata persona invece estremamente accorta) e non sarà l’ultima, motivo per cui non è nostra intenzione mettere in croce nessuno. Quanto piuttosto chiederci: Il buon vecchio detto “le parole pesano” – con le loro immagini, in era di social network e digitale – lo abbiamo messo in soffitta insieme alla cara ma ormai consunta vestaglia della nonna?

Fonti: Il video: si lo voglio, Petizione Mauri, profilo Twitter Murgia, Screenshot immagine

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