Nel 1977 Il Duca Bianco, conosciuto anche come David Bowie cantava “Heroes”, canzone destinata a cambiare il panorama musicale per sempre.

And you, you can be mean and I, I’ll drink all the time, cause we are lovers and that is that, yes we are lovers and that is a fact”

Non c’è persona al mondo che non conosca a memoria i versi di questa canzone.

Quello che non tutti sanno è che, a differenza di quanto si creda, il titolo “Heroes” è un titolo ironico. Infatti il testo della canzone non parla di nessuna impresa prodigiosa, di nessun uomo valoroso su un cavallo rampante. Eppure Bowie sceglie di chiamare così la sua canzone. Perché? Le virgolette che chiudono la parola Heroes sminuiscono si il concetto di eroe tradizionale, ma non quello di eroe. Nel suo significato più generale il termine eroe indica un individuo che si distingue per una sua abilità particolare e che facendone uno strumento di potere riesce a conquistare il suo obiettivo. Secondo Bowie questa forza sarebbe l’amore. Il suo “eroe” infatti non è un grand uomo: beve sempre, sogna di nuotare con i delfini e ama una donna che potrebbe diventare cattiva. Eppure nella sua miseria e precarietà predica l’amore, il condurre una vita all’insegna di esso, accada quel che accada.

Ma è davvero così? Davvero il grado di eroicità di un individuo si misura in base a quanto amore esso sceglie di avere e dare nella propria vita?

Sembrerebbe proprio di sì. Se si analizza la faccenda infatti, anche gli eroi dei tempi antichi motivavano le loro azioni con l’amore, fosse esso indirizzato verso una pulzella o verso la propria patria. Agamennone, Ulisse, il Pelide Achille tutti motivati dallo stesso sentimento. Così come qualche tempo dopo fece Orlando che era così convito del suo sentimento che perse addirittura il senno sulla luna. Eppure nella modernità i gesti eroici sembrano essere motivati da altro. Da qualcosa che va oltre l’amore erotico o nazionale ma che allo stesso tempo torna alle origini del sentimento e diviene un gesto istintivo, animalesco, fatto senza pensarci troppo.

Purtoppo o per fortuna negli ultimi tempi la cronaca mondiale è stata invasa da persone che hanno compiuto questi atti eroici in situazioni tragiche, questi eroi improvvisati che sono diventati tali in quanto in situazioni tragiche hanno deciso di andare controcorrente e aiutare il prossimo.

“Non abbiamo una casa, ma abbiamo il cuore”. Così Stephen Jones e Chris Parker, due senzatetto inglesi, hanno motivato così l’aver soccorso le vittime dell’attentato alla Manchester Arena dello scorso 22 maggio. Al momento dell’attacco, Chris e Stephen stavano chiedendo l’elemosina vicino all’entrata dell’Arena. Dopo aver sentito l’esplosione, i due senzatetto si sono messi a correre in direzione del luogo colpito ignorando la folla di persone che gli andava in contro in direzione opposta.

Sono stato scaraventato a terra e quando mi sono rialzato ho visto che c’erano dei corpi sul pavimento” – ha detto Parker alla Press Association – “c’erano un sacco di bambini coperti di sangue, piangevano e urlavano. Ho visto una bambina senza gambe. Non sapevo cosa fare, l’ho avvolta in una maglietta delle bancarelle e le ho chiesto dove fossero i genitori. Poi l’ho portata nella prima ambulanza che ho trovato“.

Il loro gesto ha commosso il mondo e in tanti si sono mobilitati per aiutare i due uomini a rimettersi in sesto.Il dirigente del club inglese del West Ham United, David Sullivan, si è offerto di pagare ai due uomini una casa per sei mesi in modo che riescano a riassestarsi.

Sullivan ha affidato l’appello via Twitter e in centinaia di utenti si sono mobilitati per rintracciare i due senzatetto. L’annuncio è stato dato via Twitter. “Ci siamo riusciti!” ha cinguettato Sullivan qualche giorno dopo ringraziando i follower e sottolineando il potere dei social media.

Non avrei potuto più convivere con me stesso se quella notte me ne fossi andato via“, ha detto Stephen durante un’intervista all’emittente britannica Itv.

Abbiamo dovuto estrarre pezzi di vetro dalle persone, non abbiamo dormito per tutto ciò che abbiamo visto. Qui a Manchester ci sono tante persone buone che ci aiutano. Mi piace pensare che loro avrebbero fatto lo stesso se ad aver bisogno di aiuto fossimo stati noi“.

La solidarietà non ha limiti di colore, di etnia, di reddito. Qualche mese prima sempre nel Regno Unito era infatti stato il deputato Tory e viceministro degli Esteri, Tobias Ellwood ad essere appellato eroe. Il 22 marzo quando un furgoncino si è lanciato sui passanti sul ponte di Westminster, Elwood tentò di di salvare la vita dell’agente ferito al Parlamento di Westminster praticandogli la respirazione bocca a bocca e fermando il flusso di sangue. Mentre tutti scappavano, Elwood ha ignorato le indicazioni degli agenti della sicurezza Westminster e si è precipitato nel cortile per aiutare il poliziotto ferito Keith Palmer.

Ho provato a fermare il sangue e a praticare la respirazione bocca per guadagnare tempo in attesa dell’arrivo dei medici”, ha dichiarato lo stesso Ellwood. “Ma l’agente aveva perso troppo sangue. Aveva ferite multiple sotto il braccio e nella schiena

Le ferite da accoltellamento sono state lo stesso fatali per il poliziotto che non è riuscito a sopravvivere. Elwood è considerato da allora un “eroe di prima grandezza”, come ha dichiarato il suo compagno di partito Ben Howlett che era presente durante l’attacco.

Oltremanica le urla, la disperazione, i cadaveri vicino al Bataclan hanno segnato una pagina orribile della storia francese e mondiale. Quel maledetto venerdì in cui un commando di terroristi uccise 129 persone venne girato un video che ritrae una donna vestita di nero sorretta per le braccia da un uomo che penisola dall’edificio in cui ha sede il bataclan.  “Sono incinta” si sente la donna gridare nel video, appesa al davanzale, “aiutatemi“. La donna e il suo eroe si sono salvati, la notizia è stata data da un’amica della donna con un messaggio su Twitter.

La signora incinta che avete visto tutti nel video, aggrappata alla finestra del Bataclan, sta bene e vorrebbe ritrovare l’uomo che l’ha salvata, soltanto per potergli dire grazie”.

Il suo desiderio si è avverato, anche l’uomo che l’ha aiutata è salvo, ma i due protagonisti di questa storia a lieto fine hanno scelto di rimanere in disparte lontani dalla fama.

Dopo l’attacco sulla Promenade des Anglais dello scorso 14 luglio, nel quale Mohamed Lahouaiej-Bouhlel si schiantò sulla folla uccidendo più di 84 persone e ferendone il triplo hanno iniziato a circolar fotogrammi e video di due civili che hanno tentato di interrompere la folle corsa dell’attentatore. Un civile infatti avrebbe provato a fermare Bouhlel, cercando di salire nell’abitacolo del camion mentre questo stava rallentando. L’uomo che ha cercato di raggiungere e ferma il camion con la sua bicicletta si chiama Alexandre Migues

È stato istintivo, io stesso non so spiegarmi come ho fatto a rincorrere un camion. Quando ho visto che era davvero determinato, ho tentato qualcosa“.

Migues ha tentato di aprire la portiera del camion rischiando di essere colpito da un colpo di pistola dall’attentatore. Qualche metro più avanti anche un altro civile tentò di fermare la folle corsa: in un video girato da Richard Gutjahr si vede un motociclista che tenta di superare il camion per arrestarne la marcia, di aprire la portiera ma che infine cade sotto le ruote del mezzo.  Altri testimoni, ha scritto Le Figaro, hanno detto di averlo visto scivolare via da sotto le ruote. Non si è mai saputo se l’uomo sia morto o sia rimasto solo ferito, quello che è certo è che se anche per pochi metri, durante i loro tentativi di fermare il massacro non ci sono state vittime.

Isak Nokho, Federico Rappazzo e Mohamed “Emsi” Diop sono stati gli eroi di Torino. Sabato 3 giugno i tre giovani hanno salvato il piccolo Kelvin, un bambino di 7 anni che, quando si è scatenato il panico, si è trovato sommerso dalla calca. Mohammad lo ha estratto dal groviglio di gambe e corpi della piazza e lo ha adagiato in un lato protetto. Federico Rappazzo si è avvicinato per capire come stesse, e quando ha visto che respirava, e che piangeva, lo ha avvolto in una sorta di abbraccio come per proteggerlo dalla piazza impazzita, aspettando un’ambulanza.

Non me la sono sentita di lasciarlo lì ma non sono un eroe” ha detto Mohamed “L’ho fatto perché è una cosa normale che ogni tanto capita di fare – spiega – Anche io avevo paura, pensavo saremmo morti tutti. Però alla fine Dio ci ha salvato”. E il 22enne non si sente neanche un eroe: “Mi sento lo stesso di prima, quando vedrò il bambino giocare magari lo sentirò di più“.

Da tutto il mondo, di ogni nazionalità. Eroi improvvisati che per assurdo non si sentono tali. Eppure, seppur il gesto sia molte volte motivato dall’adrenalina, non è da tutti. La verità è che rischiare la propria vita per aiutare uno sconosciuto in difficoltà sarà anche un gesto istintivo, ma è la forma più alta di amore, un amore spontaneo che solo chi allena il proprio cuore a vivere come un eroe è in grado di avere.

Fonti:

www.repubblica.it

www.repubblica.it

www.lastampa.it

www.ilpost.it

www.iltirreno.geolocal.it

Immagini: Pinterest