La divinazione era una parte importante della religione romana: si trattava di una tecnica umana basata sulla credenza nella capacità divina di modificare l’ordine naturale per comunicare agli uomini la propria volontà. Vi erano però dei casi particolarmente gravi, certi prodigi che si ripetevano senza che le autorità romane riuscissero a placare quella che secondo loro rappresentava la collera della divinità: in questi casi particolari, si ricorreva ai Libri sibillini.

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In età repubblicana, i Libri sibillini erano tre: scritti in esametri metrici, essi contenevano profezie e permettevano di scoprire le cause e la soluzione dei problemi che si verificavano. Secondo la leggenda, essi sarebbero stati venduti dalla Sibilla di Cuma al re Tarquinio Prisco (o forse Tarquinio il Superbo): la donna gliene aveva offerti nove all’inizio, ma il re aveva rifiutato perché aveva ritenuto il prezzo troppo alto; la Sibilla quindi aveva bruciato tre dei libri, ripetendo l’offerta, ma di nuovo il re aveva rifiutato e la donna ne aveva distrutti altri tre: alla fine il re Tarquinio aveva accettato gli ultimi tre libri, al prezzo iniziale dei nove volumi.

I Libri sibillini erano consultati in occasione di prodigi particolarmente gravi, che presagivano la rottura delle relazioni tra dei e i Romani; essi contenevano le spiegazioni dei prodigi e le iniziative da prendere per ristabilire la concordia. Gli oracoli sibillini erano diversi dagli auspici, che consistevano nell’osservazione della natura: le profezie erano costituite da un insieme chiuso, limitato e fisso. La stessa procedura della consultazione rivela il suo carattere romano: i Libri venivano consultati su ordine di un magistrato e del senato, e la consultazione era effettuata dai (quin)decemviri incaricati, a porte chiuse.

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Sappiamo qualcosa sulla procedura della consultazione dei Libri da Cicerone e Dionigi di Alicarnasso: i sacerdoti selezionavano uno o due versi dei Libri, scrivevano questi versi come inizio dell’oracolo e costruivano partendo da essi un acrostico in cui i caratteri delle prime righe costituivano le iniziali dei versi successivi. Questi esametri prescrivevano sempre riti romani quali offerte, sacrifici, lettisterni e Giochi. A volte veniva raccomandato l’invito e l’istallazione a Roma di una nuova divinità o un nuovo culto: l’esempio più conosciuto è quello della Grande Madre (Cibele).

Una volta formato l’oracolo, i sacerdoti lo mandavano in senato, il quale decideva, insieme col magistrato che aveva richiesto la consultazione, quali misure bisognava adottare e come applicarle. Il risultato era poi annunciato e dettato al popolo sotto forma di editto.

Nell’83 a.C. i Libri furono distrutti a seguito dell’incendio del Campidoglio (erano infatti conservati nel tempio di Giove Capitolino). I Romani tuttavia non lamentarono la distruzione dei Libri come una perdita irrimediabile, limitandosi a ricostruirli attingendo alle colonie e alle città che possedevano una Sibilla (in particolare Erythrae). I Libri sibillini erano comunque considerati un talismano di Roma e la loro distruzione completa, avvenuta nel V secolo ad opera di Stilicone, provocò una sommossa a Roma.

 

FONTI:

-John Scheid, Rito e religione dei Romani.

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