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20 novembre 2017

Endimione: l’uomo che fu amato dalla Luna

Endimione: l’uomo che fu amato dalla Luna

Endimione, o Endymion, è il nome di colui che nella mitologia greca era famoso per essere l’amante della Luna.  A seconda delle versioni, egli è un pastore della tribù degli Eoli o un giovane principe dell’Elide che attira l’attenzione di una divinità lunare: questa non è tanto Artemide (o Diana), uno dei cui attribuiti è la verginità, ma una divinità greca più arcaica, Selene.

Si narra che Selene fosse perdutamente innamorata di questo giovane e bellissimo mortale. Endimione non ne aveva idea, ma la Luna, quando lui giaceva addormentato, scendeva dal cielo e lo guardava a lungo: si sdraiava al suo fianco, baciandogli dolcemente gli occhi chiusi. Un giorno però, Selene non resistette più e lo trasportò in una grotta sul monte Latmo: chiese quindi a Zeus di concedergli l’eterna giovinezza in modo che lei potesse continuare ad amarlo per sempre; secondo un’altra versione, Selene fu così commossa nell’ammirare Endimione dormire inconsapevole nella grotta che il dono chiesto fu che il giovane rimanesse eternamente in quello stato. Sembra che entrambi i doni furono concessi: Endimione sprofondò in un sonno e una giovinezza eterni, e Selene tornò ogni notte a trovarlo.

Si dice che egli ebbe quattro figlie da sua moglie, di cui si è incerti sul nome (Ifianassa, Iperippa, Cromia o Neide, i quali appaiono essere tutti appellativi della Luna), e cinquanta figlie da Selene, che gli studiosi identificano come i cinquanta mesi che trascorrono tra un’edizione dei giochi olimpici e un’altra.

Plinio il Vecchio invece, ricorda Endimione in un contesto più astronomico: egli sarebbe infatti stato il primo studioso ad osservare con estrema attenzione le fasi lunari. A questo si dovrebbe l’origine simbolica del loro amore: da questa sua professione nascerebbe infatti il racconto che lo vede trascorrere tutte le notti sotto lo sguardo della dea personificazione della Luna.

Il mito di Endimione ha continuato ad affascinare nei secoli, e non ha mancato di assumere dei significati anche politici: ad esempio tra fine 500-600, la poesia inglese canta l’assimilazione della regina Elisabetta alla divinità cacciatrice Diana (non più quindi la divinità arcaica), ribaltando le preoccupazioni per la successione del popolo facendo della castità una virtù nazionale, che andava a contrapporsi all’amoralità della corte pontificia. Il mito di Diana ed Endimione risulta perfetto per inquadrare il rapporto cortigiano-potere costituito, ma con delle differenze. Se nella tradizione classica è la dea a desiderare il mortale, nella poesia elisabettiana il rapporto è capovolto: l’uomo si strugge d’amore per la dea algida e lontana, che al massimo si china per salvare il devoto da morte certa.

 

FONTI:

-Alessandro Guidi, Endimione.

-Robert Graves, I miti greci.

 

Images: copertina

 

 

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