Due personaggi che si inseguono dalla notte dei tempi, che si insidiano e si sfuggono. O almeno, uno che insegue ed uno che sfugge. L’uomo e la donna ovviamente. Ma quale uomo e quale donna? L’eroe e la fanciulla. Nel caso della letteratura fra Settecento e Ottocento non eroi e fanciulle qualsiasi, di nuovo, ovviamente. Ma un eroe romantico e demoniaco che perseguita una fanciulla innocente. Più propriamente quindi abbiamo un soggetto ed un oggetto, che ce ne vogliano eroine e protagoniste di tutti i tempi. Il calco dell’eroe è chiaro: quello byroniano. Questo spirito immenso ed infinito, questo Prometeo o Faust, assume nuovi tratti nelle penne più consapevoli e complesse fra la seconda e la terza decade dell’Ottocento. L’eroe, degno figlio della rivoluzione dei Lumi, deve rimettere i piedi per terra e prendere atto dell’impossibilità di raggiungere i propri orizzonti. D’altronde la Rivoluzione è finita e Napoleone è Imperatore, la storia fornisce alla letteratura e alla filosofia un argomento più che probante. Il nostro eroe, adesso deluso e sconfitto, che però non rinuncia al suo passato, diventa crudele e mostruoso, abietto e sadico, trova piacere solo nel trascinare nel suo stesso abisso chiunque non vi sia ancora, tutti coloro nei quali vivono le stesse speranze alle quali lui ha dovuto dire addio. Prometeo diventa Caino e Faust Mefistofele. Resta da compiersi un sacrificio in nome di questo stato abbandonato e al quale mai più si potrà tornare: quello della fanciulla innocente, nel cui animo ancora vive incontaminato lo spirito degli antichi, l’armonia fra uomo e mondo, e dove le idee sono passioni vive e in atto.

L’eroe qui delineato e di cui andremo a parlare è Grigorij Aleksàndrovič Pečorin, ufficiale russo di stanza nel Caucaso, protagonista di Un eroe del nostro tempo di Michail Jur’evič Lermontov. Non ci soffermeremo sul romanzo intero, composto di cinque novelle raccontate da tre diverse voci, che si incastrano a matrioska, e che vanno ad illuminare vari momenti della vita del nostro ufficiale. Parleremo solo della quarta novella, La principessina Mary, prima cronologicamente e più lunga del romanzo. La vicenda è semplice e di regola del romanzo romantico. Il teatro dell’azione è una località termale dove passare l’estate. La giovane Mary è l’oggetto delle discussioni di tutti: bellissima e giovanissima, e soprattutto molto ricca. Fiumi di giovani le si riversano attorno alla ricerca del suo favore, fra cui Grušnickij, vanesio amico del nostro protagonista, un soldato semplice che vuole diventare un eroe da romanzo. Evidente l’ironia che gli rivolge Pečorin chiamandolo così, ma soprattutto quella che Lermontov rivolge al suo personaggio facendogli dire parole che noi utilizzeremmo senza problema per lui. Pečorin decide di tirare uno scherzo all’amico, lasciandogli corteggiare la principessina, ma nel frattempo guadagnandone l’amore attraverso l’alterità ed il rifiuto, tecniche che apparentemente funzionavano ancora all’epoca. Pečorin riesce nel suo intento e la principessina si innamora perdutamente di lui, ma rimane avvolto nella trama di inganni ed illusioni da lui stesso create, rendendosi invisi tutti gli altri vacanzieri e finendo in un duello-farsa con l’amico. Duello che tanto farsa non sarà quando lui rimarrà ferito ad un gamba e Grušnickij troverà la morte.

Ma adesso è lecito chiedersi: perché tanta fatica? Era veramente così importante tirare uno scherzo a Grušnickij, o forse c’è altro sotto? La nostra idea è che lo scherzo all’amico sia in realtà il pretesto per avviare quella persecuzione di cui abbiamo parlato sopra, scontro letterario e filosofico fra due personaggi che non sono tali ma argomenti al soldo della penna di Lermontov. A questo proposito prenderemo una serie di esempi da una delle pagine più significative del romanzo. Intanto notiamo la coscienza di sé e dei propri atti del protagonista: spesso mi domando perché mai cerco con tanta tenacia di ottenere l’amore di una fanciulla che non voglio sedurre e che non sposerò mai. È lui stesso a negare che lo scherzo sia il reale movente della sua seduzione, quanto piuttosto una voluttà sconfinata nel possesso di un’anime giovane, che appena si schiude alla vita! [..] L’ambizione di sottomettere alla mia volontà tutto ciò che mi circonda. Eccolo il nostro fine ideologo e grande spirito! Ammette senza remora alcuna i crimini di cui si macchia, dall’alto di uno stato superiore di consapevolezza. Consapevolezza che sembra donargli il diritto di fare ciò che vuole, di commettere soprusi per i quali non sarà mai punito, nucleo tematico che verrà sviluppato 25 anni dopo da Dostoevskij. Ma non è il delitto o il castigo di un uomo che interessano a Lermontov, quanto la sua condizione di rappresentante del proprio tempo, come dice il titolo, di simbolo di un cambiamento epocale che attraversa l’uomo e lo scrittore. Un uomo che guarda le gioie e le sofferenze degli altri solo in rapporto a se stesso, e che ritiene la gioventù e l’incontaminata innocenza della fanciulla un fiore da cogliere e dopo averlo odorato a sazietà, gettarlo sulla strada. 

A questo punto ci pare chiaro cosa leghi le due figure, Pečorin e la principessina Mary, il demone romantico e la fanciulla innocente: l’invidia. Il primo è tanto corrotto dalla propria consapevolezza di uomo raziocinante quanto la seconda ne è ignorante, ingenua creatura più vicina ad un animale che all’uomo che il primo crede essere l’Uomo. Ma la consapevolezza non si può perdere, ed una volta acquisita è un fardello che si poggia sulle spalle e le piega, trasformando l’uomo in un gobbo riverso a terra. Simili riflessioni emergono fra le righe di Un eroe del nostro tempo e ossessionano le menti di tutti quegli autori che vivendo nel Romanticismo ne hanno saputo attraversare le illusioni e coglierne la fine fatale ed inevitabile. Tante sembrano essere le consonanze con Leopardi, ma rimangano solo suggestioni, perché troppe righe servirebbero per renderle riflessioni. Valga insomma lo stesso ragionamento che già valse quando abbiamo parlato de Il Demone, il poema di Lermontov [http://losbuffo.com/2017/05/14/44510/].

La persecuzione dell’innocente sembra essere l’unica opzione rimanente all’eroe-demone che in quanto tale non sente vincoli che lo leghino e tenta di abbeverarsi a quella fonte dell’eterna giovinezza -inconsapevolezza- della giovane, vampirizzandone il collo lasciato nudo dall’eccessiva ingenuità, che non crede di non doversi salvaguardare da un mondo che sta smettendo di appartenerle, ma che forse non potrà appartenere più a nessuno. Sicuramente non a Pečorin.

 

 

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