Quello che tu chiami tuo
È uno scheletro che non esiste, che è morto da tempo
E che ho ucciso io volontariamente con la mia decisione
Di allontanarmi da te. Mi sono troppe volte
Violentata e tu mi dici di tornare, di nuovo, senza tante storie.
Sei andato via, lontano da dove ci incontravamo:
Hai venduto l’appartamento e hai lasciato il nido di famiglia
Con i tuoi animali
E come un eremita in una spelonca
Hai abbracciato la tua amata solitudine, eppur
Qualcosa dici mancarti.
Non sono io quel che tu cerchi, quel di cui tu senti la mancanza:
Dici che ti piacerebbe parlarmi, ti piacerebbe vedermi,
Ma io con tutta me stessa
Temo
Che le mie parole non ti bastino
E che i tuoi sguardi mi violentino di nuovo
Anche se io ti dico no.
Ho le gambe nere di lividi a furia di fuggire
Da quello che mi scrivi
Per farmi solo male con la tua voce
Che nemmeno ricordo, se scavo a fondo.
Ti chiedo solo di
Non raccontarmi affatto
Perché sulla soglia dei miei anni
Doppi
Io non voglio sentire male e sentire la colpa
Di aver deciso da me sola della mia unica vita.
Non ti manco io, non mi manchi tu:
Siamo morti non quel Marzo, ma ancora prima,
Quando da tempo io non amavo chi eri.
Non pregarmi perché sono bianca
E non adorarmi perché ero vergine, e non lo sono più;
Ho perduto la mia interezza un pomeriggio
Di domenica – forse.

Io ho sofferto abbastanza
Anche la tua parte di lacrime
Con cui mi hai insultata. Ora
Tu non mi ami,
Io non ti amo.
Mi tocca finire, ma almeno
Tu non mi tocchi più.
Noi non più siamo loro
E l’unica cosa che di te non mi è estranea
È il nome che appare sulla rubrica.

(A differenza di Cavalcanti io non ti dedico nulla, non voglio che una canzone che canzone non è ti giunga all’orecchio e ti insegua; ti nutri del mio fantasma, ancora, e questo non è poesia.)

 

 

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