Il teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato questo mese uno dei più famosi e acclamati scrittori francesi del momento: Emmanuel Carrère. L’intento era, presumibilmente, quello di presentare il suo ultimo libro edito da Adelphi dal titolo Propizio è avere ove recarsi. Diverte molto il fatto che in mancanza di una buona idea per il titolo, abbia deciso di affidarsi a l’ I Ching, un antico libro oracolare cinese! Questo articolo ad ogni modo non vuole parlare della sua ultima fatica letteraria quanto piuttosto della persona di Emmanuel.

La prima cosa che è saltata subito agli occhi dell’intera platea è l’assoluta semplicità e umilità di Carrère. Dal momento che è stato definito uno dei maggiori scrittori viventi, figlio di una famosa storica e terza donna eletta dall’Académie française, Hélène Carrère d’Encausse, il sentimento comune era trovarsi di fronte ad un personaggio. E invece Carrère ha stupito tutti e si è rivelato un vero gentleman chiedendo anche un applauso per la precisione della traduttrice.

La serata, gestita piuttosto bene, deve la sua riuscita al non essersi focalizzati unicamente sul suo ultimo libro – cosa che generalmente fa sentire gli spettatori come dei polli da spennare. C’è stato invece un excursus piuttosto ampio sulle opere e sull’approccio dello scrittore alla vita e al suo lavoro. Per chi non avesse mai letto niente di suo, poteva essere un’ intervista disorientante ma anche un modo di scoprire un nuovo e interessante autore. Con me c’era infatti un amico venuto più per curiosità che per reale conoscenza e che il giorno dopo si è comprato un suo libro, tanta era buona l’ impressione che gli aveva fatto.

La maggior parte delle persone solitamente ha letto di lui solo Limonov o L’Avversario eppure sembrava a tutti di conoscerlo da sempre. Spigliato, serio, divertente mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Oggigiorno tutti si reputano grandi scrittori e si comportano da veri e propri personaggi. Lui che potrebbe – come si suol dire – tirarsela, non lo fa e non ne ha affatto bisogno. Anche questo fa la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Mi piace il suo parlare della vita privata in quanto punto focale della sua esistenza e di conseguenza delle sue opere, senza trincerarsi dietro la privacy da difendere a tutti i costi. In fondo uno scrittore è per la maggior parte autobiografico quindi sarebbe abbastanza stupido voler difendere qualcosa che poi viene inevitabilmente messo nei libri a disposizione di chiunque.

Sappiamo che Emmanuel Carrère non è certo un timido: vorrei ricordare il progetto Facciamo un gioco, racconto erotico che fece pubblicare da Le Monde proprio mentre la sua compagna di allora si trovava su un treno per andare a casa sua. Il racconto era esplicitamente indirizzato a lei e a tutti i lettori di quel giornale che si trovavano sullo stesso treno coinvolti a loro insaputa nel loro gioco. Alla fine la fidanzata di Carrère divenne un ex fidanzata proprio a causa di questo racconto intimo diventato di dominio pubblico, non deve essere semplice stare con uno scrittore così sfacciato…

In Vite che non sono la mia, ad esempio, Emmanuel sceglie di parlare della tragedia dello tsunami, che si è abbattuto su tutta la costa del sud-est asiatico nel 2004, partendo dalla sua vita personale. Racconta che era lì con la compagna e i rispettivi figli e che stava vivendo un momento di crisi nella sua relazione. Può sembrare meschino iniziare un libro sulle tragedie raccontando di quanto e come si litiga con propria moglie, ma io penso invece che sia un approccio  molto umano e realista. In fondo anche in quel terribile giorno tutti stavano facendo qualcosa di semplice, di abitudinario come mangiare, litigare, baciare… Mi piace questo aspetto di lui: non usa la sua vita privata per dare enfasi ai suoi libri ma come modello della vita di chiunque in quel dato momento. Mi piace anche il fatto che non nasconda mai la sua vigliaccheria o meschinità. Arriva a dire che è geloso di sua moglie che sta aiutando un altro uomo a cercare il corpo di sua figlia di tre anni tra ospedali pieni di cadaveri. Insomma si potrebbe pensare che sia paranoico, ma questo solo dopo esserci fatti un esame di coscienza. Penso che molti di noi agirebbero nello stesso modo.

La serata a teatro passa veloce tra qualche battuta e qualche frase detta in italiano (non lo parla molto bene ma lo capisce perfettamente). Alla fine prende il suo bel banchetto e firma i libri a tutti quanti. L’emozione è stata davvero tanta, vedevo la gente che usciva con il libro autografato e un gran sorriso. Mentre la fila avanzava, e mi aspettavo autografi automatici senza scambio di parole, intravedevo questo uomo magro, vestito con un semplice completo grigio e una camicia nera e sentivo il suo carisma, la sua personalità tranquilla che dava coraggio. Ora capisco come mai ha potuto seguire personaggi come Limonov nelle sue guerriglie, perché ha stretto rapporti con uno dei killer che ha appassionato e tormentato la Francia intera, perché parla con tanta semplicità della morte che ha visto, delle paure delle persone.

Emmanuele Carrère è un vero e proprio magnete, ha qualcosa di speciale. Lui quella sera non firmava autografi, chiedeva ad uno ad uno il proprio nome guardandoli negli occhi e poi scriveva una dedica personalizzata, non credo se ne troveranno due uguali. La sua grandezza sta nel comportarsi come una persona chiunque restando un grandissimo scrittore.

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