Cos’è il whitewashing? Molti avranno già sentito questo slang, riferito soprattutto alle ultime pellicole sfornate da Hollywood, ma ha più significati. Nella prima accezione significa imbiancare, viene poi utilizzato in america per indicare la pratica di mascherare al pubblico i crimini, gli scandali e quant’altro di un personaggio celebre, con una facciata positiva.

Oggi ci occuperemo però di un lato più interessante dell’uso del termine applicato alla settima arte: ovvero “sbiancarepersonaggi di film, fumetti, serie tv, videogame, e farli interpretare sul grande schermo da attori caucasici per rendere il prodotto, a loro parere, più apprezzabile al pubblico. Il più delle volte, ed è qui che nasce la polemica, si prende un personaggio non bianco e lo si rende sul grande schermo bianco.

Nella storia del cinema sono numerosi i casi di whitewashing a partire da pellicole più datate come Colazione da Tiffany (1961) nella quale il sig. Yunioshi è interpretato dallo statunitense Mickey Rooney, caricando l’interpretazione e stereotipando il simpatico giapponese. Non contiamo poi tutti gli adattamenti cinematografici di film storici come Cleopatra, Il Conquistatore, Exodus, Prince of Persia per arrivare ad oggi con l’ultima pellicola controversa Ghost in the Shell, l’adattamento cinematografico del manga e anime di Masamune Shirow uscito nelle nostre sale lo scorso 30 marzo. Ebbene per interpretare l’agente Kusanagi, ritratta sempre come asiatica, nella pellicola di Rupert Sanders, è stata scelta Scarlett Johansson.

Un caso simile era capitato anche per la pellicola Gods of Egypt e in questo specifico caso sia Alex Proyas che la casa di produzione Lionsgate si erano scusati ammettendo apertamente: “Ci rendiamo conto che è nostra responsabilità fare in modo che le scelte di casting riflettano la diversità e la cultura del periodo storico ritratto. In questo specifico caso abbiamo fallito nel portare alla luce i nostri standard di sensibilità e diversità, motivo per il quale ci scusiamo sinceramente”.
Che sia una questione di marketing o di una semplice scelta registica, questa pratica oggi non passa più tanto inosservata, ma di certo l’agire dell’industria cinematografica non cambierà dall’oggi al domani: pur di rendere le pellicole vincenti è pronta sì, ad ammettere l’errore, ma perpetuando a “sbiancare”.