di Chiara Ciotti

Differenti voci si sono alternate nelle piazze romane per contestare, sostenere, ostacolare o proteggere l’Unione Europea, tutte sotto targhe politiche o sindacali differenti, nel giorno della celebrazione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, firmati nella capitale il 25 marzo del 1957. Dagli europeisti convinti che, però, non vogliono un’Europa delle banche e dei padroni, ai socialisti, agli ambientalisti e a tutte le varie declinazioni politiche a favore dell’Ue, che trasudano gli ideali dell’uguaglianza e della giustizia, capisaldi delle grandi contestazioni del secolo scorso. Fino ad arrivare agli accaniti oppositori, all’antieuropeismo di destra, guidato da leader europei che auspicano il fallimento dell’Unione e la difesa dei propri confini, trascurando completamente i pilastri sui quali la stessa Unione è stata fondata da uomini che, sicuramente, auguravano all’Europa una situazione politica, economica e sociale migliore di quella che sta vivendo.

I trattati di Roma sono stati firmati nel 1957 dai rappresentanti dei governi di Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, ed essi hanno istituito la Comunità Economica Europea (CEE), e la Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA). Il primo trattato è stato poi modificato in “trattato che istituisce la Comunità europea” con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1992, e in “trattato sul funzionamento dell’Unione europea” con il Trattato di Lisbona nel 2007. Lo scopo principale, perseguito dai governi, era quello di garantire stabilità economica e, nell’intenzione un’integrazione economica, dopo decenni di guerre e assestamenti, in particolar modo con la CEE. Essa prevedeva l’eliminazione dei dazi doganali tra gli Stati membri, garantita dal mercato comune, basato su quattro libertà fondamentali: la libera circolazione delle persone, delle merci, dei sevizi e dei capitali. A sessanta anni di distanza l’Europa è cambiata senza aver raggiunto l’unione politica auspicata.

«Crescita, investimenti, riduzione delle disuguaglianze, lotta alla povertà, politiche migratorie comuni, impegno per la sicurezza e la difesa. Ecco gli ingredienti per restituire fiducia. Serve il coraggio di voltare pagina […] il coraggio di mettere al centro i nostri valori comuni»: queste le parole del presidente del Consiglio, Gentiloni, davanti ai leader dei 27 Paesi membri (Regno Unito assente dopo la Brexit), rafforzate dal discorso del presidente della Repubblica, Mattarella, che ha ricordato come «apertura, solidarietà, tolleranza, libertà e democrazia» siano i valori fondanti dell’Unione.

Ma la situazione che l’Europa sta vivendo è ben lontana da queste idilliache previsioni: non soltanto l’ascesa dei populismi, destra o sinistra che siano, minacciano l’esistenza stessa dell’Ue (non ultima l’affermazione apocalittica della candidata euroscettica alle presidenziali in Francia, Marine Le Pen, convinta della necessità di lasciare l’eurozona perché «l’Unione Europea morirà»), ma anche la crisi economica, che ha fatto vacillare la credibilità dell’Unione, l’ondata migratoria che ha messo a dura prova il concetto stesso di accoglienza, ipotizzando la costruzione di muri per barricarsi nei propri confini e difendersi dai possibili pericoli esterni, e, infine, lo stato di terrore generato dal terrorismo.

E’ un cammino ad ostacoli, quello dell’Unione, per un suo miglioramento, oltre ogni retorica.

Fonti: la Repubblica; La Stampa; Il Post; Wikipedia.

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