Nel 1995 venne rilasciato uno dei lungometraggi animati più importanti e più iconici del cinema moderno: Ghost in the Shell– ne avevamo parlato anche qui-, diretto da Mamoru Oshii.

In breve, GITS, un thriller noir e futuristico, riesce ad includere nella sua trama tematiche che spaziano dal pensiero esistenzialista, all’etica vigente in una società tecnologica (peraltro molto simile alla nostra); società nella quale la protagonista, il maggiore Motoko Kusanagi, è in cerca di risposte sulla sua identità.

Sono chiari i paradigmi che sono scaturite da un film come “Ghost in the Shell”, a partire dalla trilogia di “Matrix”, sino ad arrivare ad “AI” e il riadattamento del romanzo di Asimov, “I, Robot”, pellicole che esplorano tematiche per molti versi simili alla loro controparte giapponese. Sono dunque evidenti gli elementi che hanno reso questo film un pilastro della storia del cinema, animato e non. E ancora, la colonna sonora rimane ancora oggi un raro esempio di originalità ed eccellenza, costruita attorno ad un coro funebre giapponese e dei campanelli dal suono spettrale. Sono degne di nota anche la regia, alla pari dei film più memorabili di Hollywood, e la scenografia, che introduce un soggiacente senso di identità tra l’individuo e lo spazio in cui si svolge storia.

In “Ghost in the Shell” l’identità virtuale ha preso il sopravvento su quella fisica. Nel 2029 quasi tutta la popolazione del mondo vive con corpi artificiali – ovvero Shell, guscio –  e con cervelli cibernetici dotati di una propria individualità virtuale – il Ghost, spettro; quindi, ogni persona è collegata al web e il web è collegato a tutta l’umanità, dando spazio a nuove tipologie di crimini come l’hackeraggio dei ghost, ovvero delle menti delle persone -donando una nuova e inquietante sfumatura agli omicidi. Altrimenti, gli hackers possono impiantare false memorie nei cervelli delle loro vittime, facendoli così dubitare della loro stessa esistenza in quanto esseri umani.

Anche se il progetto di riportare Kusanagi sul grande schermo fosse un’idea che navigava già da moltissimo tempo tra i produttori di Hollywood, soggettivamente parlando si può dire, più o meno, che sia un bene che il film uscirà nelle sale adesso, nel 2017. Perché? Semplicemente perché vent’anni fa il fenomeno di internet e la società virtuale non erano così ben sedimentati all’interno della cultura popolare. Oggi i valori dell’identità virtuale e di quella reale sono quasi alla pari. La tecnologia ha fatto passi da gigante nei campi della realtà virtuale, dell’intelligenza artificiale e della robotica; cominciamo a muoverci molto velocemente in un mondo in cui la science-fiction è quasi sinonimo di realtà. Le persone provano un forte senso di responsabilità nel curare non solo la loro immagine lavorativa o sociale, ma anche e soprattutto quella socio-virtuale. Facebook, Instagram, Whatsapp, Twitter, e così via, ormai rappresentano in modo rilevante il nuovo e parallelo “Io” della maggior parte della società. Tutto questo dovrebbe anche farci porre delle domande del tipo “a cosa ci potrà portare un futuro del genere?”, che assumono maggiore rilevanza nel momento in cui il mondo che viviamo non è cosi distante da quello di GITS.

Un’ultima domanda da porci è: potrà questo nuovo riadattamento diretto, da Rupert Sanders (Biancaneve e il Cacciatore), rendere il giusto omaggio al classico del ’95? Oppure sarà una delle tante delusioni, con rare eccezioni, che il genere della fantascienza ci ha regalato negli ultimi anni? Ghost in the Shell non è un film superficiale, né tanto meno banale, e per questo richiede un’onesta rappresentazione, che ne sottolinei le innovazioni e intuizioni, da parte delle sue controfigure occidentali.


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