IO, HOLLY GOLIGHTLY E UN LUNGO BOCCHINO NERO

Quando avevo all’incirca tredici anni il mio film preferito era Colazione da Tiffany di Blake Edwards e il mio desiderio più grande era quello di indossare un bel tubino, avere un gatto senza nome e tirare delle lunghe boccate da un lungo e sottile bocchino nero – ovviamente sognavo anche di baciare George Peppard sotto la pioggia per le strade di New York ma questa è un’altra storia.

Eccolo lì: il primo invito a comprare un pacchetto di sigarette era servito.

Avevo già visto film in cui gli attori accendevano una sigaretta dopo l’altra, ma nessuno fu come Audrey Hepburn nei panni di Holly Golightly: negli altri film vedevo prevalentemente uomini con la sigaretta in bocca e le poche donne tendenzialmente non erano un grande modello da seguire, quindi il mio subconscio non reagiva, o meglio, reagiva con un pensiero: “Non fumerò mai” – andato letteralmente in fumo dopo qualche anno e dopo un numero illimitato di film e serie tv.

Non so se la colpa sia imputabile solo a Colazione da Tiffany o a tutte le pellicole viste negli anni, ma so per certo che Holly Golightly è diventata un’icona femminile con il suo essere un po’ ingenua e svampita, con il suo stile impeccabile in ogni momento, con quel tubino nero che è rimasto nell’immaginario femminile come un simbolo di stile e di eleganza e a quel tubino il mio cervello ha sempre associato il favoloso bocchino da cui spuntava una sigaretta accesa.

Quel bocchino sottile ed elegante trasformava il banalissimo gesto del fumare una sigaretta in uno dei gesti più eleganti al mondo e dovevo farlo mio.

Era il 1961 quando Audrey Hepburn fumava da quel bocchino, all’epoca praticamente tutti fumavano, sopratutto sul grande schermo e non ci si preoccupava tanto, come accade oggi, di quanto il fumo facesse male, ma più che altro ci si preoccupava di quanto facesse vendere.

L’idea funzionava e funziona tutt’ora: vedere un vecchio film in cui in ogni scena c’è almeno un personaggio che si accende una sigaretta crea un’irresistibile tentazione a compiere il medesimo gesto.

Per me è stata Audrey Hepburn con il suo splendido bocchino e Moon River di Henry Mancini di sottofondo, per altri è stato Jean-Paul Belmondo in À bout de souffle di Godard che in un elegante completo scuro si nasconde dalla polizia mentre fuma una sigaretta dopo l’altra, per altri ancora John Travolta e Olivia Newton John che intonano You’re one that I want nel finale di Grease; ogni fumatore, se ci pensa bene, ha il suo film e il suo attore dalla sigaretta facile che ha creato in lui un immaginario in cui fumare non uccide, ma dà un tono – ne abbiamo parlato anche qui.


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